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[[[ C'era che sentiva il bisogno fottuto di provare, per una volta, qualcosa di normale. E questa sua foga, questo suo slancio verso situazioni che gli lasciavano aperti degli spiragli, il tremore che sentiva alla bocca dello stomaco sintomo di agitazione, paura ed eccitazione, tutto questo lo spaventava a morte. E non riusciva a non farlo trasparire. Proprio lui che con i clienti era sempre assolutamente freddo e impersonale, appena gentile ma senza darlo troppo a vedere. Non ci teneva che la gente si ricordasse la sua faccia. Tutti si ricordavano l'indirizzo del negozio, ma quando per caso incontrava qualcuno dei suoi clienti in giro per la città, nessuno era mai in grado di riconoscerlo. Il loro sguardo gli passava attraverso.

Mentre spegneva le luci, si rese conto di quanto fosse già buio, nonostante fossero appena le 5. Con il rumore del traffico, quasi non si era accorto che stesse piovendo.
Odiava gli ombrelli. Da piccolo ne perdeva almeno uno al mese, lo lasciava in qualunque posto andasse. Non gli era mai andato a genio il fatto di doversi portare dietro una specie di medusa bagnaticcia che non sapeva mai dove mettere. Percui aveva smesso di comprarli. Il rimedio perfetto era comprare sempre giacche con il cappuccio impermeabile.

Odiava sentirsi così. Odiava dover combattere contro se stesso. Odiava doversi limitare, e odiava sapere che comunque tutto questo non sarebbe servito a niente. Odiava anche dover prendere i mezzi di superfice quando pioveva. Erano sempre troppo affolati di gente con in mano ombrelli fradici, che puntualmente gli bagnavano i pantaloni.
Una vecchia lo urtò violentemente, lamentandosi e graffiandogli la guancia con il raggio di un gigantesco ombrello giallo, mentre correva per salire sul vermone grigio che non si era ancora fermato. Lì decise di mandare affanculo il vermone, la signora e chiunque fosse nel raggio di 150 metri, e di tornarsene a casa a piedi. Cercare di scomparire tra una goccia e l'altra, per non bagnarsi il viso.
Inoltre, la strada che aveva da fare lo avrebbe aiutato a riordinare le idee per dopo.

La parte ovest della città era quasi tutta distrutta. C'era una striscia, larga un paio di kilometri, di edifici residenziali semidiroccati, costruiti appena una decina di anni prima attaccati alle fabbriche che avevano messo le radici in quei terreni da almeno venticinque anni. Il bello era che l'agglomerato dove abitava lui e la città si erano allargate, gonfiate, comprimendo la striscia di fabbriche che prima erano appena alle porte della città, in mezzo a campi senza nome. I primi proprietari delle case più vicine agli altiforni e alle linee di produzione si erano lamentati tantissimo, fino a che qualcuno non gli aveva fatto saltare il pavimento da sotto i piedi. 3 dei megapalazzi erano crollati definitivamente, altri erano solo stati sventrati. Nessuno aveva più voluto abitare in quella zona, che adesso era solo un groviglio di travi metalliche, cemento sfaldato e vecchi ricordi casalinghi coperti di fango.
Gli piaceva camminare lì in mezzo. Le rovine gli avevano sempre trasmesso un'insensata scarica di speranza. Accettare l'inevitabile distruzione finale con un ghigno di consapevolezza.
Oltretutto si rese conto, per la prima volta in 3 anni, che i palazzi dove abitava, al buio, non si distinguevano da quelli diroccati.

Appena aprì la porta, buttò la giacca a gocciolare sopra al radiatore. La gatta gli si strusciò sulla caviglia, incurante dei pantaloni fradici.
Sapeva che si sarebbe pentito di quello che stava per fare. Era sempre stato troppo legato ai ricordi, o almeno a quello che credeva di ricordare, visto che non registrava mai in tempo reale (cosa, oltretutto, quasi impossibile), e ogni volta che tirava fuori lo scanner da sotto il divano si sentiva in colpa verso se stesso. Si vedeva redarguirsi da solo, con i capelli grigi e gli occhiali sul naso, a puntare il dito su sè stesso bambino.
Mentre lo scanner si avviava e si collegava alla rete della casa, assaggiò il thè che era rimasto nella tazza, avanzato dal giorno prima. Era ovviamente freddo, e amarissimo. Lo prese come un cattivo presagio, e se ne rincuorò. Tendeva a prendere per estremamente positivi i cattivi presagi. Non perse tempo a mettere sù il bollitore, non ci avrebbe messo molto. Ci aveva pensato molto sulla strada del ritorno, cercando di evitare le pozzanghere troppo profonde. Quello che voleva salvare erano pochi fotogrammi, forse qualche secondo.

Il piccolo led sullo scanner era diventato verde. Estrasse la piccola presa dalla sua sede, e la inserì nella porta dietro l'orecchio. Il led divenne blu. Collegamento aperto.
Ripensò a quello stanzone scuro, alle immagini delle meduse che frantumavano il buio e si spiaccicavano sul muro in fondo, le ombre ritagliate dalle teste del gruppo che suonava. Rivide la sua schiena bianca, la linea delle spalle nude leggermente inclinata, il suo collo esile e gentile.
Quella risata rumorosa, il mento e le braccia alzate verso l'alto,la grazia e la forza che quel gesto idiota gli aveva trasmesso.
17 pallini rossi si accesero sulla ragnatela neurale sullo schermo. 17 incubi tutti nel mondo.

La cosa che più lo divertiva era che sapeva che tutto questo sarebbe stato l'inizio dell'ennesima rovina. Il fatto di aver fissato quell'immagine, di essersene reso conto, di averla accettata senza scuotere violentemente la testa come aveva fatto negli ultimi giorni, l'aver ascoltato i brusii che il suo cervello gli soffiava nell'orecchio, tutto questo lo faceva sentire inquieto. Un misto di terrore ed eccitazione. Avrebbe voluto ammettere con se stesso la speranza che provava, molto in fondo. Ma aveva paura di incasinare tutto, di portarsi sfiga da solo.

Lo scanner aveva finito. Staccò la presa e la buttò sul tavolino. Addentò un biscotto e cominciò a fare una canna, mentre aspettava che il bollitore scaldasse l'acqua. ]]]