8:37

[[[ Scese le scale verso l'enorme androne sotterraneo, il ronzio delle scale mobili l'unico suono sul quale riuscisse a concentrarsi. La gente si affollava attorno ai pochi tornelli funzionanti, il bip dei rilevatori di chip ogni volta che una persona faceva roteare la sbarra che si bloccava con un suono secco e metallico. E poi ancora giù, verso la galleria in cui lo shai ulud grigio lo avrebbe portato verso la città.
Qualche anno prima, qualcuno aveva avuto l'idea di colorare le pareti della galleria, forse dopo tutti gli episodi di isteria e tutte le risse che erano scoppiate nell'ora di punta, quando la gente era talmente acclacata da non riuscire a respirare, e il fatto che fuori dai finestrini si vedesse solo un muro di cemento non aiutava certo a sconfiggere la sensazione di claustrofobia dilagante nelle carrozze strapiene. Percui, da un paio d'anni, il lato del tunnel era colorato d'azzuro, con un motivo di nuvole bianche e pannose che si ripeteva ogni 70 metri.
Seduto nel suo solito posto, appena il treno si mosse si affrettò a infilarsi le cuffie nelle orecchie, per non dover sentire il vociare della gente attorno a lui, o le chiacchiere al telefono fatte ad alta voce, che di prima mattina lo irritavano particolarmente.
E' strano come negli ultimi tempi fossero tornate di moda le cuffie gigantesche, che pur avendo un sistema wireless di trasmissione erano inconcepibilmente ingombranti e scomode, dato che anche la qualità audio dei file che il comune utilizzatore di "cuffioni" ascoltava era alquanto bassa, per non parlare poi della qualità della musica.
Guardò felice i suoi auricolari, e se li ficcò in fretta nelle orecchie. Gli Slint adesso erigevano un perfetto muro sonoro che lo isolava dal resto delle persone compresse sul vagone.
Quando iniziò a concentrarsi sulle finte nuvole che scorrevano fuori dal finestrino, tutto quello che era successo nelle settimane precedenti lo cullò e lo portò a vedersi sospeso, con il vento in faccia, con solo l'azzurro intorno, le persone attorno a lui che perdevano consistenza e colore fino a scomparire. Non aveva neanche bisogno di chiudere gli occhi.
Un sorriso, che esteriormente sembrava piuttosto ebete, da dentro gli si allargò quasi fino ai piedi. E non cercava nemmeno, come suo solito, di darsi troppe spiegazioni, anche perchè le cose gli sembravano talmente semplici da non aver bisogno di essere dette, o spiegate, o in generale messe nero su bianco. Non riusciva a trovare nessuna parola che rispecchiasse il suo stato d'animo, in quei giorni. Anzi, il fatto stesso di provare a descriverle con delle parole gli sembrava un delitto, un'offesa verso quello che in quel momento lo stava trascinando tra le nuvole.
Una voce tuonante e metallica annunciò che il vermone era arrivato al capolinea. I suoi occhi ripresero contatto con le vere forme che aveva attorno, scese dalla carrozza e si arrampicò per le rampe di scale che portavano all'esterno.
Quando emerse, il rumore delle auto e dei mezzi di superficie quasi non lo toccò.
Alzò gli occhi verso il cielo, azzurro nelle prime ore del mattino. La luce era calda e avvolgente, e le nuvole gli sembravano di zucchero filato. Era lassù che si sentiva lui, adesso. ]]]

makkurokurosuke



alla fine non me ne frega proprio un cazzo di non essere andato a vederlo in italiano.
cioè, dai, c'era seriamente bisogno di aspettare 21 anni? per quale motivo poi...

18:37

[[[...il problema era che doveva assolutamente ritrovare la concentrazione. Doveva riuscire a focalizzare la mente sui fogli che aveva davanti, e su quelle maledette videate e file pieni di numeri e simboli che capiva benissimo ma il suo cervello, brutto pezzaccio di materia grigia, si rifiutava di restare in linea con se stesso. Gli amplificava i suoni della pioggia, che da qualche giorno ormai aveva ricominciato a cadere sul tetto di lamiera che copriva il suo cubicolo.
Ricalibrò il filtro della parete-finestra, che con un sibilo divenne trasparente.
Fuori tutto era grigio, anche i palazzi di mattoni rosso-verde uguali al suo che erano dall'altra parte della strada. Gli alberi sintetici nel viale avevano di nuovo bisogno di essere lavati, resi grigi prima dal calore estivo e adesso dalla pioggia che vi depositava sopra uno strato di piombo e micropolveri.
A dire la verità, a settembre tutta la città sembrava ricoperta da una sottile patina grigia, che a prima vista gli faceva credere di avere indosso un qualche tipo di lenti colorate, sempre ovviamente che il grigio si possa definire un "colore".
Fece scorrere il pannello, e una ventata semi-gelida lo accarezzò mentre si accendeva una sigaretta.
E, ancora, il suo pensiero si precipitava su piccoli particolari, un copriletto con le arance, una scrivania con un cassetto che sembrava una faccia grottesca, piccoli esseri quadrati con i denti aguzzi, una felpa rossa da strega, fragole stampate sul tessuto bianco a righe, pelle laccata color vinaccia.
Un enorme autoarticolato fece tuonare il suo clacson tritonale, e il rumore mise in fuga l'espressione sognante dai suoi occhi, e gli fece rendere conto che stava fumando dalla sigaretta ormai finita.
Richiuse il pannello e riconfigurò il filtro, nella stanza ritornò la solita luce semisoffusa.
Accodò nel lettore di cartucce un po' di musica tranquilla, e cercò di nuovo di concentrarsi su quegli strani simboli. ]]]

pensieri sparsi, oltre che orribilmente sani.

Ci sono a volte delle cose che mi fanno come il solletico all'interno del'orecchio. Piccole sensazioni fastidiose, suoni emessi di soppiatto da bocche a pochi metri da me che fanno vibrare particolari neuroni che fanno tremare i tendini fino alle punte delle dita. Hanno radici profonde, queste sensazioni, sono annidate profondamente in me, ma le radici hanno un colore diverso rispetto ai loro frutti, sono più compatte e stratificate.
L'unica cosa che riesco a capire è che mi scatenano una rabbia stupendamente crudele e feroce, l'unico desiderio che provo è far smettere questo prurito all'orecchio facendo scorrere del sangue. Qualcuno potrebbe chiamarla invidia, altri immaturità, e sono tutte parole che ho già sentito, che ho già provato ad accostare a quello che sento.
Ma sarebbe troppo facile. Il tutto è molto più intricato.
Ancora, le dita mi si tendono per chiudere i pugni e le gambe fremono per lanciarmi a capofitto verso quella dannata gola, e stringere finchè non esce più nessun suono da quella bocca, per poi dedicarmi all'altro corpo e zittire definitivamente ogni più piccolo sussulto di quelle orribili corde vocali. Dio, quanto vorrei un po' di silenzio, magnifico, adorato silenzio.



[[[ Deliri a parte,
certe sorprese sorprendono più di altre.
Il che è una cosa molto bella. ]]]

ten minutes to donwtown is ten minutes too far.

Madonna mia, avevo gli occhi luccicanti con le lacrime che stavano per scendere. E occhei, va bene, datemi dell'emo, del cretino, dell'ignorante, che ascolta musica di merda e che vorrebbe tornare diciassettenne ma ormai non può. Non ne frega proprio un cazzo.
Volevo tentare di spiegare quello che ho provato ieri a cantare "ten minuts tu dauntaaauuun" ma mi sa che alla fine non ci riesco. E' che è molto difficile spiegare l'essere nostalgici su certe cose, sulla musica poi tutto è molto più complicato. E non è che l'abbia neanche fatto per poter dire "io c'ero", chissene, quando un concerto si apre così l'unica cosa che resta da fare è abbandonarsi ai ricordi e cantare a squarciagola. What I remember is secret.



[[[e le rivelazioni? dove le mettiamo le rivelazioni? e la paura e la voglia di ricascarci che
mi solleticano con una piuma dentro l'orecchio? e un menù a base di carne umana?
porcoildio.]]]

02:14

A volte il tempo per lui sembrava non passare. L'aveva da poco letto in un libro, anche se era riferito a un tizio che aveva delle crisi d'astinenza da parecchie sostanze tutte insieme, un libro che ultimamente aveva avuto la strana facoltà di farlo seriamente uscire dalla propria testa e guardare tutto da appena un pò più lontano. Gli era capitato giusto la notte prima, mentre cercava di addormentarsi nel suo cubicolo afoso e pieno di schermi e diffusori, il letto umido di sudore sotto allo schermo principale a scomparsa incassato nel soffitto. Nel dormiveglia aveva aperto gli occhi e gli era parso che la sua stanzetta, il tavolo affollato di attrezzi e parti smontate, la colonna di oscilloscopi e rilevatori d'impulsi, fossero in realtà parte di un modellino in scala, una specie di diorama della sua vita odierna, con i suoi vestiti sparsi ovunque, libri aperti e fogli pieni di calcoli e appunti. I suoi occhi semiaddormentati facevano da lente macro, e stava guardando la sua stanza attraverso un teleobbiettivo, da una decina di metri d'altezza con una bassissima profondità di campo. Il piccolo schermo vicino al comodino era acceso, per monitorare i flussi di dati verso i suoi server che restavano accesi tutta la notte.
Si alzò per cercare un pò di sollievo vicino al sistema al freon che manteneva sui 10 gradi la temperatura dentro gli involucri di pannelli di plexiglass e cianocrilato; accese il monitor della cucina (che non era altro che la parete a est del cubicolo), estrasse la piccola tastiera dal suo scomparto e finì sullo stesso server della notte prima. Quelle parole lo ossessionavano flebilmente da almeno una settimana, facendo piovere immagini scintillanti sulla sua fronte corrugata, ricordi acidi che fiorivano in pensieri talmente articolati e bui che lo spaventavano.
E lì vedeva l'uccello senza ali appollaiato su una delle sedie, che lo fissava, con i suoi occhi arancioni, il tempo che si rifiutava di passare, che lo osservava mentre tentava di decidere cosa fare.


Ultimamente sto ribloggando (o rebloggando? mah.) un po' troppo. E' che trovo difficile esprimermi con tante parole, sempre ultimamente. Difficile e inutile.


[[[fottuti, adorabili ricordi.]]]