perturbazioni mai applicate.

[[[ "si, ecco, quello di cui avrei bisogno è una specie di cassetta di sicurezza, non voglio che mia moglie entri nei miei file privati, non so se mi sono spiegato..."
"non si proccupi, possiamo applicare almeno 4 tipi di crittografia diversa." la sua testa pelata rifletteva la luce al neon giallastra del negozio. Il suo cappotto di cammello abbinato al vestito blu e alla cravatta arancione gli facevano venir voglia di prenderlo a pugni. "sua moglie non riuscirà mai ad accedere ai suoi file personali, anzi, non sospetterà neanche che possa avere qualcosa di segreto."
Li odiava. Li odiava tutti, eleganti ipocriti, meschini e sorridenti. Tutti volevano nascondere qualcosa, e non erano in gradi di rendersi conto delle fortune che avevano. Si prendeva un sacco di rivincite facendogli strapagare tutte le attrezzature, aggiungendo la riservatezza al servizio. E si divertiva un sacco a spulciare i segreti di pulcinella di questi piccoli, sudici e schifosamente normali uomini di mezza età. Faceva sempre una copia di ogni archivio di ogni cliente, e alcuni li ricattava. Niente di serio, giusto qualche soldo per le attrezzature che non riusciva a comprarsi con gli incassi del negozio. Li puniva per la sicurezza di cui si ricoprivano, convinti di averla fatta franca. E ogni volta si sentiva estremamente soddisfatto.

Ma oggi era particolarmente insofferente. Aveva la testa da tutt'altra parte.
Un paio di sere prima aveva fatto una cosa che non doveva fare.
L'ennesima.
Aveva salvato un sogno.
Ed è una faccenda terribilmente complicata. Un sogno non è un semplice ricordo. I collegamenti che accendeva erano terribilmente ramificati, e legavano parti del suo essere che non conosceva. O che semplicemente erano troppo profonde per essere digitalizzate (non per niente era stato per quasi un'ora attaccato allo scanner per una registrazione di neanche 3 minuti).
Era come cercare di descrivere semplicemente l'odore di un buon vino ben invecchiato. Non era semplicemente un colore, o un quadro con un'immagine carica di sfumature. Era qualcosa che si snodava in un sacco di dimensioni diverse, insondabili e impossibili da schematizzare.
Rischiò quasi di farsi tranciare un braccio dalle porte automatiche della metropolitana, e si rifiutò di concentrare la sua attenzione sul muro della galleria dipinto a cielo. Gli risuonavano ancora nella testa le parole di D. del giorno prima. Tutto da quel momento era calato di una tacca di volume.

Stavano cominciando a cadere i primi fiocchi di neve. Era strano come le stagioni ormai durassero poco più di un mese, ma l'unico inverno che portava la neve con sè era quello che arrivava a dicembre. Una specie di ultimo grido di vendetta e di rivalsa di un clima al collasso.
A lui la neve faceva venire in mente sensazioni strane. Sconfitta e orgoglio mescolate con liquore d'erbe. Cambiamento.
Un'auto sbandò prima di entrare in una rotonda e impattò a una velocità ridicolmente bassa contro lo spartitraffico, a pochi metri da lui. La scena lo fece sorridere. Lo divertiva il fatto che tutti si spaventassero così tanto per la loro sicurezza, quando nevicava, e la paura era proprio ciò che rendeva possibili gli incidenti idioti che in quel periodo erano frequentissimi.
Ma non bastava. Non riusciva, quella sera, a sorridere di tutte queste piccole stronzate. Ancora una volta il quadro gli era fottutamente chiaro, e per tutta la rabbia che sentiva non riusciva a trovare uno sfogo.

La serratura scattò con un suono diverso dal solito, un'armonica stonata in un accordo che sentiva tutti i giorni da almeno 4 anni. Fu destabilizzante, ma non ci fece troppo caso.
In casa faceva un freddo cane, ma non potè resistere all'impulso di togliersi quello stupido vestito semi-elegante. Si strappò la camicia di dosso facendo saltare i bottoni. Rimasto in mutande, si avvolse la coperta blu di espanso attorno al corpo. Premette il suo corpo contro la finestra affacciata su troppa notte, credendo che tutto questo non avrebbe avuto mai fine.* Il suo sguardo cadde sull'armadio grigio, chiuso a chiave, di fianco al piano di lavoro. L'immagine di una spalla esile screziata di lentiggini fece capolino da dietro l'ipotalamo, tamburellando la base del nervo ottico. Allora capì cosa doveva fare.
Aprì l'armadio, e prese con sicurezza quello che all'apparenza sembrava un vecchio televisore, di dimensioni abbastanza ridotte. In realtà il tubo catodico era pieno di slurry (nitrato d'ammonio, metilammina e polvere di alluminio in gel d'acqua). Aveva aggiunto un colorante blu, per far sembrare il tutto ancora più ridicolo alla vista. Era l'ordigno più potente che avesse mai costruito.
Prese i pantaloni di velluto dal letto, e pescò a caso una maglietta e una felpa dall'armadio. Si mise la giacca nera con un gesto molto ampiò, tirò la cerniera rotta fino in cima e si sistemò l'enorme cappuccio sulla testa. Aprendo la porta per uscire, il rumore tornò a essere il solito clack intonato, un DO basso con una componente metallica. Chiudendo la porta con un calcio, sorrise.

Si diresse verso uno degli edifici semidiroccati dietro casa sua. Erano totalmente disabitati, non un senzatetto che cercasse un posto al coperto per passare la notte, nessuna banda di adolescenti che taggava i muri e sniffava colla e fumava metanfetamina, nessuno che "si aggirava con fare sospetto pronto a borseggiarti". Gli annunci governativi che intimavano alla gente di stare lontano dalle zone abbandonate avevano ormai effeto anche sui "delinquenti" stessi, che preferivano fregare borsette e portafogli in pieno centro, alla gente che fissava le vetrine piene di cose che non poteva comprare. Perchè, cazzo, siamo nella merda, perchè (a questo punto) ostinarsi a guardare le cose brutte?
E così, questi quartieri di palazzi di venti piani completamente sventrati erano totalmente disabitati, epurati dalla presenza dell'uomo, monumenti inutili al concetto stesso di rovina.

Salì con sicurezza le scale del palazzo 45W3, come indicava la targa arruginita di fianco all'ingresso. Era rimasta un pò di carta da parati sui muri della tromba delle scale. Gigli geometrici verdi e viola. Semplicemente orribile. Tutto, da una decina d'anni a questa parte, gli sembrava una rivisitazione kitsch e post-moderna di mode ormai tramontate da anni. In certi casi, da secoli.
Arrivò all'atrio del diciottesimo piano. Non c'era neanche una parete intatta, era rimasto solo lo scheletro dell'edificio, piloni grigi di cemento armato.
Piazzò il televisore in mezzo allo stanzone (anche se forse non è corretto parlare di "stanza", visto che non c'era, appunto, più neanche una parete intatta), e fece scattare il piccolo switch che aveva nascosto dentro alla presa scart. La luce blu, sul telecomando, cominciò a lampeggiare.
Scendendo le scale, pensò che quella era la prima volta che faceva esplodere una delle sue bombe. Forse era per questo che fece le scale di corsa, scendendo. Due gradini alla volta.
Aveva cominciato a fioccare per bene. C'era già un discreto strato bianco che ricopriva il suolo, e le sue scarpe producevano uno scricchiolio delizioso ogni volta che sciacciavano la neve e lasciavano un'impronta.
Si allontanò dall'edificio di una trentina di metri. Gli altri palazzi erano tutti più bassi, e la visuale sul dicottesimo piano dell'edificio 45W3 era perfetta. Si guardò intorno, ed estrasse il telecomando dalla tasca. Aveva quasi voglia di urlare.

Quando premette il tasto sul telecomando, l'esplosione verdastra avvolse gli ultimi piani del palazzo davanti a lui. Una nuvola luminosa. Un boato profondo, carico di basse frequenze. Era affascinato.

Fu tutto molto rapido. Nessun incendio. D'altro canto non era rimasto niente che potesse bruciare, era già bruciato tutto.
Mentre guardava il fungo di fumo che si squagliava diventando gelatina trafitta dai fiocchi di neve, la stessa immagine di prima tornò. Questa volta bussò con insistenza, sulle tempie e sulla fronte, da dentro. Gli si palesò davanti alle retine, e dovette chiudere gli occhi e scuotere la testa. Ma non se ne andò. Rimase lì, a ricordargli quanto era stato codardo.
Si riavviò verso casa, lievemente sollevato. Seguì le sue impronte dell'andata, cercando di lasciare delle orme simmetriche a quelle che aveva lasciato prima, godendosi di nuovo lo scricchilio delle sue suole che schiacciavano lo strato di neve. ]]]

*si, lo so. mi andava di mettere questa citazione.

23:45

[[[ C'era che sentiva il bisogno fottuto di provare, per una volta, qualcosa di normale. E questa sua foga, questo suo slancio verso situazioni che gli lasciavano aperti degli spiragli, il tremore che sentiva alla bocca dello stomaco sintomo di agitazione, paura ed eccitazione, tutto questo lo spaventava a morte. E non riusciva a non farlo trasparire. Proprio lui che con i clienti era sempre assolutamente freddo e impersonale, appena gentile ma senza darlo troppo a vedere. Non ci teneva che la gente si ricordasse la sua faccia. Tutti si ricordavano l'indirizzo del negozio, ma quando per caso incontrava qualcuno dei suoi clienti in giro per la città, nessuno era mai in grado di riconoscerlo. Il loro sguardo gli passava attraverso.

Mentre spegneva le luci, si rese conto di quanto fosse già buio, nonostante fossero appena le 5. Con il rumore del traffico, quasi non si era accorto che stesse piovendo.
Odiava gli ombrelli. Da piccolo ne perdeva almeno uno al mese, lo lasciava in qualunque posto andasse. Non gli era mai andato a genio il fatto di doversi portare dietro una specie di medusa bagnaticcia che non sapeva mai dove mettere. Percui aveva smesso di comprarli. Il rimedio perfetto era comprare sempre giacche con il cappuccio impermeabile.

Odiava sentirsi così. Odiava dover combattere contro se stesso. Odiava doversi limitare, e odiava sapere che comunque tutto questo non sarebbe servito a niente. Odiava anche dover prendere i mezzi di superfice quando pioveva. Erano sempre troppo affolati di gente con in mano ombrelli fradici, che puntualmente gli bagnavano i pantaloni.
Una vecchia lo urtò violentemente, lamentandosi e graffiandogli la guancia con il raggio di un gigantesco ombrello giallo, mentre correva per salire sul vermone grigio che non si era ancora fermato. Lì decise di mandare affanculo il vermone, la signora e chiunque fosse nel raggio di 150 metri, e di tornarsene a casa a piedi. Cercare di scomparire tra una goccia e l'altra, per non bagnarsi il viso.
Inoltre, la strada che aveva da fare lo avrebbe aiutato a riordinare le idee per dopo.

La parte ovest della città era quasi tutta distrutta. C'era una striscia, larga un paio di kilometri, di edifici residenziali semidiroccati, costruiti appena una decina di anni prima attaccati alle fabbriche che avevano messo le radici in quei terreni da almeno venticinque anni. Il bello era che l'agglomerato dove abitava lui e la città si erano allargate, gonfiate, comprimendo la striscia di fabbriche che prima erano appena alle porte della città, in mezzo a campi senza nome. I primi proprietari delle case più vicine agli altiforni e alle linee di produzione si erano lamentati tantissimo, fino a che qualcuno non gli aveva fatto saltare il pavimento da sotto i piedi. 3 dei megapalazzi erano crollati definitivamente, altri erano solo stati sventrati. Nessuno aveva più voluto abitare in quella zona, che adesso era solo un groviglio di travi metalliche, cemento sfaldato e vecchi ricordi casalinghi coperti di fango.
Gli piaceva camminare lì in mezzo. Le rovine gli avevano sempre trasmesso un'insensata scarica di speranza. Accettare l'inevitabile distruzione finale con un ghigno di consapevolezza.
Oltretutto si rese conto, per la prima volta in 3 anni, che i palazzi dove abitava, al buio, non si distinguevano da quelli diroccati.

Appena aprì la porta, buttò la giacca a gocciolare sopra al radiatore. La gatta gli si strusciò sulla caviglia, incurante dei pantaloni fradici.
Sapeva che si sarebbe pentito di quello che stava per fare. Era sempre stato troppo legato ai ricordi, o almeno a quello che credeva di ricordare, visto che non registrava mai in tempo reale (cosa, oltretutto, quasi impossibile), e ogni volta che tirava fuori lo scanner da sotto il divano si sentiva in colpa verso se stesso. Si vedeva redarguirsi da solo, con i capelli grigi e gli occhiali sul naso, a puntare il dito su sè stesso bambino.
Mentre lo scanner si avviava e si collegava alla rete della casa, assaggiò il thè che era rimasto nella tazza, avanzato dal giorno prima. Era ovviamente freddo, e amarissimo. Lo prese come un cattivo presagio, e se ne rincuorò. Tendeva a prendere per estremamente positivi i cattivi presagi. Non perse tempo a mettere sù il bollitore, non ci avrebbe messo molto. Ci aveva pensato molto sulla strada del ritorno, cercando di evitare le pozzanghere troppo profonde. Quello che voleva salvare erano pochi fotogrammi, forse qualche secondo.

Il piccolo led sullo scanner era diventato verde. Estrasse la piccola presa dalla sua sede, e la inserì nella porta dietro l'orecchio. Il led divenne blu. Collegamento aperto.
Ripensò a quello stanzone scuro, alle immagini delle meduse che frantumavano il buio e si spiaccicavano sul muro in fondo, le ombre ritagliate dalle teste del gruppo che suonava. Rivide la sua schiena bianca, la linea delle spalle nude leggermente inclinata, il suo collo esile e gentile.
Quella risata rumorosa, il mento e le braccia alzate verso l'alto,la grazia e la forza che quel gesto idiota gli aveva trasmesso.
17 pallini rossi si accesero sulla ragnatela neurale sullo schermo. 17 incubi tutti nel mondo.

La cosa che più lo divertiva era che sapeva che tutto questo sarebbe stato l'inizio dell'ennesima rovina. Il fatto di aver fissato quell'immagine, di essersene reso conto, di averla accettata senza scuotere violentemente la testa come aveva fatto negli ultimi giorni, l'aver ascoltato i brusii che il suo cervello gli soffiava nell'orecchio, tutto questo lo faceva sentire inquieto. Un misto di terrore ed eccitazione. Avrebbe voluto ammettere con se stesso la speranza che provava, molto in fondo. Ma aveva paura di incasinare tutto, di portarsi sfiga da solo.

Lo scanner aveva finito. Staccò la presa e la buttò sul tavolino. Addentò un biscotto e cominciò a fare una canna, mentre aspettava che il bollitore scaldasse l'acqua. ]]]

17:09

[[ A questo punto i pezzi erano tutti sul tavolo. Comprare componenti rubate gli piaceva anche perchè le scatole erano tutte anonime, senza la più piccola etichetta o il più grande dei loghi, niente che potesse distogliere l'attenzione dalla sorpresa di aprire qualcosa non ancora visto da nessuno. La mente era tutta rivolta al momento in cui l'oggetto sarebbe effettivamente emerso dal suo bozzo, nato a nuova vita... anche l'odore fomentava la convinzione di stare violando qualcosa di sacro, ma con il sorriso sulle labbra.

C'era di tutto, sacchetti di viti argentate, timer e piccoli contatori, accelerometri e fotosensori, ventole e placche metalliche. Due grossi alimentatori dominavano il tavolo, simili a creature corazzate con grandi tentacoli colorati. Le boccette con gli acidi e i componenti per gli esplosivi erano ancora dentro la valigetta, nella loro scatola imbottita di poliuretano grigio. Gli piaceva usare componenti liquidi come materiale effettivamente detonante, era estasiato dalle figure che si formavano quando li mescolava. Paradossalmente, dopo qualche tempo, il piacere di maneggiare qualcosa di potenzialmente letale era passato in secondo piano.
Esaminò tutto meticolosamente, il che gli prese più di un'ora. Si perdeva ogni volta a leggere tutte le puttanate scritte sui manuali, forse perchè, al pari della semplicità degli imballaggi, gli piaceva il bianco e nero essenziale dei libretti di istruzione. E poi c'erano sempre un sacco di refusi, sopratutto nei manuali tradotti dal giapponese.

L'altra valigetta, quella verde, era ancora per terra. A dire la verità era molto più piccola di quella nera, una piccola fly-case di plastica e alluminio. La raccolse, si sedette sul divano e la aprì.
L'odore dolciastro gli divampò quasi addosso.
Sorrise.
C'erano 3 sacchetti stracolmi, e le cime creavano strane protuberanze sulla superficie, facendo sembrare il sacchetto stesso un'enorme cima glassata, zucchero filato verde e lucido.
Strano, mentre leccava la cartina e l'incollava per bene, gli venne da pensare che aveva sempre ritenuto di essere molto affascinante quando faceva quel gesto. Dopo aver strappato la cartina, guardando la sua creazione, sorrise per la soddisfazione.
Gli dispiaceva un pò che link fosse dovuto andare via subito. Di solito gli offriva una tazza di tè, e lui si fermava a parlare di donne e di musica. Non erano quasi mai discorsi profondi e impegnati, non quel tipo di discussioni in cui si è costretti a difendere la propria etica con la spada laser. Però aveva sempre avuto l'impressione che nascondessero qualcosa di importante, che fossero solo la maschera ironica e provocatoria di qualcosa di molto più profondo e impenetrabile. D'altra parte l'ironia non è sempre la maschera di qualcosa?
Link questo lo sapeva benissimo. Era la classica persona che racconta ridendo di aver giocato tutto il pomeriggio con i lego, dopo essere tornato dal funerale dello zio. Forse per questo gli aveva sempre dato una mano, e non aveva mai fatto obbiezioni per il suo strano e pericoloso hobby: sapeva che non avrebbe mai e poi mai fatto esplodere nessuna di quelle bombe.
E il fatto che entrambi, quando erano incazzati per qualcosa, dicevano di voler uscire e uccidere gente a caso, era la conferma che nessuno dei due avrebbe mai potuto, veramente, far male a qualcuno.

La luce entrava con una strana angolazione, formava strane geometrie con le tende blu che ne assorbivano la maggior parte. I quarti d'ora sembravano gocciolare giù dall'orologio. La gatta salì sul divano, quasi senza produrre suono, e si accucciò nell'angolo tra lo schienale e il bracciolo, a scaldarsi un po' al sole; aveva smesso di piovere da poco, e l'aria che entrava dalla finestra aperta era fredda.

Si alzò e andò al tavolo da lavoro, accese la lampada e spostò i pezzi di tastiera e i sensori per i controller, per fare spazio al resto. Tirò fuori i cacciaviti, il saldatore, le tronchesi, accese i due oscilloscopi e collegò i probe.
Si girò e aprì l'armadio, e prese la cassetta con gli altri attrezzi e lo scheletro della bomba che stava costruendo. Non aveva ancora idea di che cosa avrebbe usato questa volta, per adesso aveva messo insieme solo la struttura di tubolare e la piccola scheda madre, e aveva finito giusto il giorno prima di costruire l'alveo per l'alimentatore.
Guardò gli altri ordigni che c'erano nell'armadio. Più o meno una trentina, con involucri di ogni tipo, dall'orsacchiotto di peluche con gli occhi rossi e gli artigli alla scatola del Patek Philippe da 6000 euro.
Da due anni aveva questa strana passione, e nessuna delle bombe era mai esplosa.
Non che non funzionassero, o che fossero in realtà riproduzioni molto ben dettagliate. Erano tutte perfettamente funzionanti, ma mai e poi mai gli era passato per la testa di provare a farne saltare qualcuna. (è strano che si possa definire "funzionante" una bomba, è uno dei pochi oggetti il cui unico attestato di funzionamento è l'effettiva autodistruzione; perciò come si fa a definire "funzionante" una bomba che non esplode, anche se per una volontà esterna alla bomba stessa? qualunque bomba inesplosa è funzionante e non funzionante allo stesso tempo, al pari di un certo gatto che può essere considerato sia morto che vivo allo stesso tempo).

Gli erano venute particolarmente bene quelle nelle Scatolette di carne, a cui però aveva sostituito la foto della mucca sull'etichetta. Pensava che fosse comunque più veritiera quella che ci aveva messo lui, con la foto della testa della mucca appesa ad un gancio, con gli occhi fuori dalle orbite e la lingua penzolante, le chiazze di sangue sul muro bianco nello sfondo. Peccato che la scatoletta fosse troppo piccola, certi particolari quasi non si notavano. ]]

10:25

[[[ Non è che non ne fosse capace. O meglio, più capace. Forse, semplicemente non ne aveva voglia in quel momento. Magari aveva bisogno di qualche minuto in più, per fare in modo che le parole che aveva in mente prendessero una forma più definita, meno grezza e ruvida. Era in piedi davanti alla finestra semiaperta, la giornata estiva era carica di pioggia e, nonstante l'umidità, l'aria che entrava nella stanza era fresca.
Non riusciva a mettere giù nulla. Tutto quello che era successo in quei mesi gli roteava nella testa a velocità folle, e non riusciva a intuire un senso in tutto quel turbinare, con tutta la sua buona volontà non era riuscito a individuare delle traiettorie sensate nei percorsi che le scariche elettriche compivano per legarsi da un ricordo all'altro, da un neurone all'altro, per accendere immagini e evocarne altre.
Davanti agli occhi gli si visualizzò di nuovo quell'incendio.
Abbassando la serranda del negozio, quel giorno, il solito clangore metallico prodotto dai fermi che la ancoravano al suolo fu esattamente contemporaneo al tuono, e per un attimo ebbe la sensazione di essere stato lui a far scoppiare il temporale. Stranamente trovò subito posto sullo shai ulud arancione che lo avrebbe portato a casa, laterale giusto di fianco al finestrone centrale. La pioggia cadeva irregolarmente, e scrosci fragorosi si alternavano a momenti in cui il sole tagliava le enormi nuvole bianche cariche di pioggia (o forse era lui stesso che vedeva contrasti dappertutto?).
Fu quando il traffico era più intenso, e il pesante mezzo a 8 ruote era fermo, che lo vide, in una via laterale: prima notò la colonna di fumo nero che saliva da un punto imprecisato in mezzo ai palazzi, poi lo vide. Era un edificio di due piani, un magazzino, stretto tra due caseggiati alti almeno il doppio. Le fiamme danzavano fuori dalla facciata, piegandosi e rinvigorendosi a seconda che il vento le alimentasse o la piogga cercasse di tenerle sotto controllo.
Non riuscì a guardare altro per tutto il tempo che il mezzo pubblico glie lo permise. Non capiva bene cosa lo stesse colpendo così tanto in quello visione. Era tutto talmente onirico e fuori dal tempo che probabilmente lo fissò solo per alcuni secondi, portandosi poi l'immagine in testa per diversi minuti ancora.
Quando il pulmann ricominciò ad avanzare, e perse di vista il magazzino in fiamme, il suo sguardo si concentrò sulle chiazze d'acqua che si formavano sul finestrone. Senza soluzione di continuità, si ritrovò bambino, sul sedile posteriore della macchina dei suoi genitori, a fissare le stesse gocce che danzavano sul finestrino, incalzate da quelle fortunate che ancora non si erano schiantate contro la superficie e dal vento che sfrezava il cristallo. Formavano dei percorsi impervi, si univano ad altre gocce, creavano delle scie che non erano prevedibili, e lui passava intere mezz'ore, durante i viaggi, a seguirne i movimenti, affascinato da tanta complessità.

Quasi sussultò quando suonò il campanello. Si ritrovò con la fronte appoggiata al vetro della finestra, appannato dal suo stesso alito fino a formare una specie di aura davanti a tutta la sua faccia. Se mai qualcuno lo avesse visto da fuori, lo avrebbe scambiato per una strana presenza dal viso senza contorni.
Dallo spioncino, intravide il viso di Link, la solita espressione curiosa e arrabbiata, e le due valige, una verde e l'altra nera.]]]

eh.

...ecco, hai presente quando stai viaggiando, anche solo in pullman, e fuori piove e i vetri sono appannati e pieni di gocce, all'esterno, e la velocità e il fatto che i vetri non diano l'esatta dimensione di ciò che sta accadendo realmente fuori dal mezzo di trasporto, porta a pensare di non stare capendo bene in che tempo e spazio ci si ritrovi. Ci si sente quasi fuori da essi, cercando di intuire forme familiari tra una goccia e l'altra, con gli edifici che scorrono veloci e gli occhi ancora lucidi e offuscati, cispiosi, come se ci si fosse appena svegliati da un lungo sonno. In sonnolenta attesa di capire cosa cazzo stia succedendo là fuori. Un'indeterminazione calma e rilassante.

aphorisms.

[Bored to death]

eyes.

write your second novel.

[Bored to death]

apocalypse, salvation.

ordinary everything.

Ma forse si sbagliava su ciò che era ordinario. Forse niente lo era. Forse esisteva una piaga profonda nella trama delle cose, nel modo che hanno le cose di attraversare la mente, nel modo che ha il tempo di oscillare nella mente, che è poi anche l'unico posto in cui esiste in maniera significativa. [Don DeLillo]

[[capito? forse è così che funziona...
anzi, senza forse...]]

wannabe.

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pensieri contorti. e potenzialmente pericolosi.

[and this is exactly how I feel right now.]

Follia


[No country for old men]

-6

Ecco, sono le nove e trentanove e dovrei mettermi a finire la presentazione, ma mi sa che inizierò tra qualche minuto. Solo 2 parole per dire che questo "posto" non è morto, o almeno, non definitivamente. E' più come quando metti in ibernazione windows 7, il pc sembra spento ma in realtà ci mette un niente a riavviarsi. e poi volevo postare un immagine, ecco.


[and this is exactly how I feel these weeks]

attorno al 20 di dicembre, 19:37.

[[[ La piccola chiave magnetica di plastica viola fece scattare la serratura con un tonfo secco e metallico. Entrò, si tolse la giacca e la appoggiò sul divano rosso in centro alla casa. Uscì di nuovo a prendere il pacco con il nuovo scanner che aveva appoggiato sul pavimento del corridoio, lo raccolse e lo appoggiò sul tavolino di tek davanti al divano. Mentre apriva la scatola, avviò il sistema e accese il grande monitor a parete. Quando fu libero da tutti gli imballaggi, fece spazio sul tavolino e lo mise al centro. Lo accese, e automaticamente lo scanner si collegò alla rete della casa, con un basso ronzio di approvazione.
Estrasse la piccola presa nera dalla sua sede, bordata da un led blu lampeggiante. Appena la collegò alla porta dietro al suo orecchio, il menù apparve sullo schermo. Il suo cervello gli apparve come una fitta rete di tentacoli bianchi, più o meno spessi, che si legavano a tanti piccoli nodi appena più spessi dei tentacoli e pulsanti di una debole luce rossastra.
Adesso sarebbe cominciata la parte più penosa: andare a trovare uno a uno i piccoli centri dei ricordi che stava cercando, e selezionarli.
Fece partire il piccolo bollitore a microonde e estrasse il terminale dallo scomparto sotto al monitor. Gli ci volle qualche ora, per individuare tutti i piccoli nodi rossi e aggiungerli alla lista dei file da copiare. Il problema era che ognuno dei ricordi che gli interessava era enormemente ramificato, alcuni tentacoli scendevano molto più a fondo di quanto potesse credere, e ogni nodo aveva molte più connessioni di quante avesse pensato quando aveva deciso di fare questa cosa. Quello che forse lo colpì di più fu quando prese quel libro di Vonneguth, che era rimasto sul comodino per quasi una settimana, ancora dentro al sacchetto di plastica che lo aveva protetto dalla neve. Quando aprì il sacchetto, il libro sparse nell'aria un odore dolciastro, come di incenso e ganja, e un sacco di altre cose a cui non seppe dare un nome, ma che accesero altri nodi rossi sulla mappa del suo cervello che brillava sullo schermo. Gli sembrò addirittura che i tentacoli si piegassero e si intrecciassero fino a formare una specie di immagine della stanza da cui proveniva quell'odore.

Si era totalmente scordato del bollitore, che ormai aveva fatto evaporare tutta l'acqua. Staccò per un attimo il cavo da dietro l'orecchio, riempì di nuovo la caraffa del bollitore e lo riaccese. Prese dalla scatola sul pavimento il piccolo hd e lo inserì nel suo slot, una specie di fessura nella parte alta dello chassis lucido e squadrato dello scanner.
Caricò un disco dei kayo dot e uno dei ceaseuponthecapitol sul lettore, e dopo essersi ricollegato avviò la procedura di copia: adesso tutti i nodi e le ramificazioni che aveva scelto e selezionato con non poca difficoltà e il groppo in gola sarebbero state copiate sull'hd. All'inzio, quando per la prima volta gli era venuto in mente di fare tutto questo, aveva pensato che quello che provava fosse odio. Percui avrebbe voluto semplicemente cancellare tutto, senza lasciare la più piccola traccia di ognuno di quei ricordi. Ma poi aveva capito che in ogni caso non sarebbe servito a nulla.
Mise una bustina di tè in una delle tazze pulite vicino al bollitore e ci versò sopra l'acqua calda. Prese la scatola con l'erba, il tabacco e le cartine nel cassetto del tavolino. La fase di copiatura non sarebbe stata lunga come quella di selezione (il menù dello scanner diceva appoximately 50 minutes), ma non si sarebbe potuto muovere dal divano finchè lo scanner non avesse finito, percui si rilassò, accese la zarsa e tentò di non concentrarsi troppo su quello che stava facendo. Si sdraiò sul divano e si limitò a pensare alla musica e a guardare fuori dalla finestra.

Quando ebbe finito, si scollegò, spense lo scanner ed estrasse il piccolo hd dal suo slot. Lo mise nella scatola di legno e plexxiglass che era di fianco al letto, già piena di cose. Le luci dell'appartamento erano tutte spente, e l'unica luce era quella che arrivava da fuori, attraverso la parete-finestra che aveva il filtro impostato al minimo; entrava di taglio nella stanza, spalmando ombre lunghissime e riflessi luminosi su ogni cosa. Quando aprì la scatola, l'interno gli sembrò buio e profondo, pieno di forme familiari che adesso avevano la forma di riccioli di nebbia e lame.
Quando fece il gesto di prendere la giacca, vide un opilionide che si arrampicava sulla manica destra. Lo fissò per qualche istante, le zampe lunghissime e fragili che si muovevano con grazia sulla superfice plasticosa della sua giacca a vento. Lentamente, l'aracnide salì tutta la manica e arrivato sullo schienale del divano non si mosse, rimasero quasi a fissarsi a vicenda mentre l'essere con solo 4 arti si stava coprendo per uscire.
Aprì la porta, prese la scatola e uscì. Lasciò il lettore acceso, con la musica che andava.

Le porte semiscardinate dell'ascensore si aprirono con un suono sferragliante per nulla promettente, ma ci aveva fatto l'abitudine, ormai. Dopo 20 piani e un paio di porte a vetri, era in strada a camminare con la scatola di vetro e plexxiglass in mano. Voleva andare verso il boschetto a est, che circondava il tratto della sopraelevata che correva non lontano da casa sua. Lo squallore che sgorgava dai vicoli che si snodavano per il suo quartiere era disarmante, ed era come se fosse un peso che aveva sempre sentito, ma non si era mai reso conto seriamente di cosa fosse. Tutte quelle stradine, tra porte scassinate, bidoni della spazzatura, unità esterne di condizionatori e pile di vecchi schermi a tubo catodico esplosi da qualche ragazzino in vena di vandalismi, vecchie tag ormai cancellate dal tempo sui muri di mattoni rossi pieni di umidità e salnitro bianco e farinoso, insegne al neon lampeggianti che ormai avevano più lettere spente che accese. Tutto diventava come una bolla gelatinosa, pesantissima, che constringeva a camminare con la testa bassa.
La neve formava una patina sottile in quelle piccole zone in cui riusciva ad accumularsi, su alcuni muretti neri di smog e in piccole chiazze sull'asfalto. sperava che nevicasse tutta la notte, così da potersi svegliare e sentire meno il puzzo e il rumore e il grigio che gli stava attorno. Perchè, al di là di tutti i discorsi poetici sulla neve, il bianco, la sofficezza, la pulizia, stronzate che ormai aveva sentito e detto troppe volte, la cosa che adorava dell'inverno nevoso era il silenzio che i piccoli cristalli bianchi, accumulandosi, creavano. Quel sottile strato assorbiva quasi tutti i rumori di fondo, ancora di più quando fioccava per bene, e finalmente il suo cervello poteva riposarsi dal ronzio continuo, fastidioso come un trapano a percussione che perfora il cranio, della sopraelevata.

Quando arrivò al boschetto, poggiò la scatola a terra e trovò un punto sotto un albero dove non si era accumulata troppa neve. La terra spuntava lercia e marrone in mezzo allo strato soffice, già leggermente ingrigito dalle polveri sottili che ricadevano a pioggia dal serpentone di cemento poco distante. Tirò fuori una piccola pala, e quando la buca fu abbastanza grande, ci mise dentro la scatola. Ricoprì con cura e cercò di capire come si sentiva in quel momento. Avrebbe voluto sentirsi un po' più leggero, ma per adesso la massa gelatinosa sulla sua schiena pesava esattamente come prima.
Si girò e si diresse verso casa, con un pò di speranza e curioso di vedere come si sarebbero conservati i suoi ricordi. ]]]

improbabilità.



[ The Hitchhiker's Guide to the Galaxy ]

breve aggiornamento.

Non so perchè sono qua a scrivere, o meglio, lo so, è che mi faceva pena vedere sto blog lasciato di nuovo così solo a sè stesso, e stavolta senza neanche una ragione vera e propria. o meglio, una ragione ragionevole. Il fatto è che sto costruendo una cosa nella mia testa da almeno un mese (o quasi), e questa pagina nera con il legno in cima sarà la destinataria principale, come del resto la maggior parte delle cose che, nascendo in testa, non possono essere semplicemente vomitate in un cesso o in un secchio. Le suddette cose hanno bisogno di un posto diverso dove andare a morire (eccola qua, la solita poesia da 4 soldi che ogni tanto rispunta fuori).

E' anche che una persona per ben due volte nel giro dell'ultimo mese mi ha fatto pensare parecchio, con 2 sole affermazioni, alla mia mania per le citazioni e al mio (ma anche nostro, direi, e non parlo solo per me e per quella persona, parlo di una intera categoria di persone, ed è un termine che ho coniato io , e adesso è meglio se chiudo la parentesi che mi sono già dilungato troppo nella parentesi, e le parentesi, in quanto tali, dovrebbero contenere concetti brevi e puntualizzanti per il resto della frase fuori dalla parentesi) essere so fucking proud to be nineties' emo (anche se adesso mi viene il dubbio che la seconda volta non fosse la stessa persona, ma tant'è).

Tra l'altro, mi è arrivato quel cazzo di pacco dall'ammmerica, e ho quasi finito infinite jest. ouh yeah.