ten minutes to donwtown is ten minutes too far.

Madonna mia, avevo gli occhi luccicanti con le lacrime che stavano per scendere. E occhei, va bene, datemi dell'emo, del cretino, dell'ignorante, che ascolta musica di merda e che vorrebbe tornare diciassettenne ma ormai non può. Non ne frega proprio un cazzo.
Volevo tentare di spiegare quello che ho provato ieri a cantare "ten minuts tu dauntaaauuun" ma mi sa che alla fine non ci riesco. E' che è molto difficile spiegare l'essere nostalgici su certe cose, sulla musica poi tutto è molto più complicato. E non è che l'abbia neanche fatto per poter dire "io c'ero", chissene, quando un concerto si apre così l'unica cosa che resta da fare è abbandonarsi ai ricordi e cantare a squarciagola. What I remember is secret.



[[[e le rivelazioni? dove le mettiamo le rivelazioni? e la paura e la voglia di ricascarci che
mi solleticano con una piuma dentro l'orecchio? e un menù a base di carne umana?
porcoildio.]]]

02:14

A volte il tempo per lui sembrava non passare. L'aveva da poco letto in un libro, anche se era riferito a un tizio che aveva delle crisi d'astinenza da parecchie sostanze tutte insieme, un libro che ultimamente aveva avuto la strana facoltà di farlo seriamente uscire dalla propria testa e guardare tutto da appena un pò più lontano. Gli era capitato giusto la notte prima, mentre cercava di addormentarsi nel suo cubicolo afoso e pieno di schermi e diffusori, il letto umido di sudore sotto allo schermo principale a scomparsa incassato nel soffitto. Nel dormiveglia aveva aperto gli occhi e gli era parso che la sua stanzetta, il tavolo affollato di attrezzi e parti smontate, la colonna di oscilloscopi e rilevatori d'impulsi, fossero in realtà parte di un modellino in scala, una specie di diorama della sua vita odierna, con i suoi vestiti sparsi ovunque, libri aperti e fogli pieni di calcoli e appunti. I suoi occhi semiaddormentati facevano da lente macro, e stava guardando la sua stanza attraverso un teleobbiettivo, da una decina di metri d'altezza con una bassissima profondità di campo. Il piccolo schermo vicino al comodino era acceso, per monitorare i flussi di dati verso i suoi server che restavano accesi tutta la notte.
Si alzò per cercare un pò di sollievo vicino al sistema al freon che manteneva sui 10 gradi la temperatura dentro gli involucri di pannelli di plexiglass e cianocrilato; accese il monitor della cucina (che non era altro che la parete a est del cubicolo), estrasse la piccola tastiera dal suo scomparto e finì sullo stesso server della notte prima. Quelle parole lo ossessionavano flebilmente da almeno una settimana, facendo piovere immagini scintillanti sulla sua fronte corrugata, ricordi acidi che fiorivano in pensieri talmente articolati e bui che lo spaventavano.
E lì vedeva l'uccello senza ali appollaiato su una delle sedie, che lo fissava, con i suoi occhi arancioni, il tempo che si rifiutava di passare, che lo osservava mentre tentava di decidere cosa fare.


Ultimamente sto ribloggando (o rebloggando? mah.) un po' troppo. E' che trovo difficile esprimermi con tante parole, sempre ultimamente. Difficile e inutile.


[[[fottuti, adorabili ricordi.]]]

Life on Mars.


[[[Wes Anderson è stato abbastanza una manna, oggi pomeriggio.]]]

faccio fatica a capire i messaggi.

MI ricordo che in corso Francia, subito dopo la rotonda di piazza Bernini, c'era una specie di strano scherzo sull'asfalto. Qualche anno fa sono stati fatti dei lavori nella suddetta piazza, con tanto di rifacimento di aiuole, marciapiedi e manto stradale; tutto il traffico ora viene incanalato in una rotonda che occupa l'intera piazza. Nel lato ovest di corso Francia rispetto alla suddetta rotonda, erano rimasti per non so quale ragione un paio di metri di binari di tram. Sto parlando proprio di un pezzo di una vecchia linea di rotaie che chissà perchè non era stata tolta durante i lavori, 2 pezzi di metallo lunghi appena qualche metro affogati nell'asfalto e dimenticati da tutti, che semplicemente ci passavano sopra senza neanche accorgersene. Ogni volta che passavo di lì notavo questo piccolo particolare, questi pezzi di metallo inutili e solitari, e venivo colpito dalla malinconia che trasudava quell'immagine, volevo portarla con me, scattargli una foto, riuscire a immortalare il tutto. Ho passato mesi a fantasticare, a pensare a come avrei catturato quell'immagine, passarci di notte con tanto di megaflash e cavalletto, di giorno con l'esposizione lunga, col fisheye, con la macchina fotografica appoggiata sul muro della siepe e un grand'angolo che rendesse bene l'idea della distanza.

Qualche giorno fa sono ripassato di lì, e le due rotaie non c'erano più; al loro posto, uno stupidissimo semi-dosso con strisce pedonali rosse e bianche.
Forse passo troppo tempo con gli occhi chiusi.

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Era un ragazzo normale, cresciuto normalmente in una delle più pallosamente normali cittadine americane, come ce ne sono a migliaia, nè troppo provincia nè troppo big city.
Forse proprio per questo ha saputo trasmettere una quotidianità, una naturalezza in quello che girava che in pochi altri sono riusciti a tirare fuori. Per quanto a volte esagerati, stupidi, volgari, sboccati o addirittura eccessivamente adolescenti, sono stati il manifesto di una generazione (o forse anche due). Chiunque faccia un certo tipo di cinema adesso gli deve qualcosa.

Don't you forget about me

John Hughes, 1950-2009

cose che...


Allora: ci sono un sacco di cose che odio. Come quando la tecnologia non risponde, il cellulare fa i capricci, lo scooter non parte o il computer non fa quello che io vorrei che il computer facesse. Odio quella sensazione di merda di non sapere una fava che mi prende prima di cominciare un esame scritto. Odio scoprire dei refusi su questo blog a distanza di mesi, che non ho voglia di corregerli ma odio vederli lì su un post vecchio di parecchie settimane. Odio quando la gente mi dà consigli banali, o mi fa affermazioni scontate che non meritano neanche di far vibrare le membrane interne al mio orecchio. Odio la gente che mi parla d'altro mentre sto guardando un film, e ancora di più chi, nonostante la mia palese indifferenza alle loro parole, continua a snocciolare concetti che non potrebbero essere più lontani da quello che voglio sentire, ovvero il film che sto guardando.
E odiavo tornare a casa dopo una serata con il cielo già chiaro e il sole quasi sorto. Ma stamattina sono tornato ancora più tardi del solito, e non solo il cielo era già chiaro, ma il sole era già sorto, e mi abbagliava dallo specchietto, dato che stavo andando verso est.
Questa volta non mi ha lasciato la solita sensazione di disagio che mi lasciava di solito; ascoltavo un disco che negli ultimi 2 mesi avrò ascoltato almeno 2 volte al giorno, e tutto mi sembrava semplicemente a posto, calmo, lucente e curvo come la carrozzeria fatta a mano di una lotus degli anni 40.
E ho come il sentore che il senso di tranquillità che provavo a tornare a casa col sole già alto, abbia come lavato via il mio odio per quella stessa cosa che mi aveva fatto a sentire a disagio un sacco di volte, in passato.

Adesso odio una cosa di meno. E questo è un passo avanti.

un appunto.


ci sono cose che, molto stupidamente, ancora mi commuovono.