Stamattina guardavo fuori dalla finestra del giardino, con la tazza di tè fumante in mano. Sul tavolo sotto alla tettoia c'erano i resti della serata nerd di martedì, due six pack di dab che erano rimasti fuori (data la temperatura) e di cui onestamente mi ero quasi dimenticato.
Mentre li guardavo pensavo che, visto che effettivamente oggi è una bella giornata, non sarebbe stata una buona idea lasciare le birre al sole. Così sono uscito per prenderle e metterle al sicuro al fresco buio della cantina. Come ho messo il naso fuori dalla porta del giardino, mi sono reso conto che effettivamente il sole invernale poco può contro la birra: nonostante fossero al sole da un paio d'ore buone, le lattine erano ancora gelate, e lì mi è venuto in mente "quello che ho è un sole che abbaglia, senza scaldare quello che sono".
Poi sono salito in camera, e la gatta mi è saltata in grembo. Profumava di borotalco.
E il mio ego è un cubo rosso di legno, lucido e umido, di almeno due metri emmezzo di lato.
Giorni strani. Giorni convulsi. Giorni stranamente luminosi.
Boh.
Le due angoscie entrano in risonanza. l'intensità aumenta, la testa scoppia con uno sbuffo grigio e rosso.
Peccato, ho sporcato il portatile nuovo col cervello.
Ahaha.
Peccato, ho sporcato il portatile nuovo col cervello.
Ahaha.
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martedì 15 dicembre 2009
9:03
[[[ Si svegliò di soprassalto. A dire la verità non è che avesse dormito un granchè quella notte, fantasmi fatti di oscurità appena più densa del freddo lo avevano tormentato per tutta la notte, rosicchiandogli i tendini alla base del collo, e sul polso. I suoi cari, vecchi, odiati demoni erano tornati quella notte, per strisciargli addosso e lasciargli una scia di bava e disperazione, che puzzava di stantio come una stanza che non veniva aperta da mesi.
Stava ancora cercando di capire che cosa lo avesse svegliato, quando dal finestrone che dava sulla strada arrivò un secco rumore metallico. Si sollevò con fatica dal letto, liberandosi controvoglia dall'enorme bozzolo che la coperta di schiuma espansa inguainata nel telo sintetico blu gli aveva formato addosso, e sentì il gelo familiare del pavimento sotto i piedi nudi. Riconfigurò il filtro, la finestra si rischiarò e scoprì un cielo color ghisa, scurissimo nonstante fossero le nove del mattino. Anche i colori esprimevano il freddo.
Alcuni operai stavano smontando l'intricata ragnatela di tubi e travi metalliche che avvolgeva il palazzo di fianco, e i pezzi che venivano lasciati cadere al suolo producevano un botto secco e sordo, che gli scompigliava le budella.
Aprì la finestra, il vento gelido lo fece tremare, le dita dei piedi ancora nudi che si contraevano per cercare di restistere a quell'attacco di scie ghiacciate. Stranamente il vento non faceva rumore, e a parte i botti sordi il silenzio era quasi assordante. Le parole che i suoi neuroni stavano vomitando fuori in quel momento stavano schizzando contro le pareti interne del suo cranio, e piccole schegge d'osso si conficcavano nelle sinapsi blu, che erano tutte accese, nonstante si fosse svegliato da poco.
Si accese una sigaretta. I suoi demoni gli sussurrarono all'orecchio le cose che gli sarebbero mancate di più, piccole cose idiote che nascondevano universi di fili luminosi, pianeti e stelle e briciole di avanzi e cera colata e cocci di portacandela improvvisati, e cuscini colorati e teli a pois e calore e freddo e paure e paranoie, sprazzi di paranoie, e attimi così luminosi da rendere chiara anche la strada all'una e quarantanove del mattino, e attimi bui, incomprensibili, inspiegabilmente fragili e inconcepibili, assurdamente belli e delirantemente affascinanti, immagini talmente veloci che l'occhio non è in grado di coglierle. Intanto, il freddo gli dava la sensazione che delle serpi gli si stessero arrotolando attorno alle caviglie, mordendogli i tendini.
Non era terrorizzato, ma semplicemente stufo, conosceva bene il timbro della voce che gli stava inondando il cervello, e non aveva più paura del muso orrendo da cui proveniva, delle sue orbite vuote, dei suoi denti marci, del fetore che emanava quando compariva. Ci conviveva ormai da anni. E' che credeva di averli cacciati, questi mostri, per un pò. La sua paura più grande, ora, era che insozzassero anche le cose che gli sarebbero mancate. Voleva continuare a credere che gli appartenessero. Voleva che continuassero ad appartenergli. Voleva nasconderle, tenerle al riparo dai fantasmi che lui stesso aveva creato, in quegli anni. Voleva chiudere almeno quei ricordi in una scatola, per poterseli tenere stretti.
Era a metà della sigaretta, con (e si sorprese lui stesso del fatto che la sensazione non gli dispiaceva, adesso) i piedi quasi congelati. Stranamente, la musica partì da sola, quando il vento riprese a essere tale e smise, per un pò, di sussurrargli al'orecchio, con voce di demone, le sue stesse, vecchie paure. Non aveva programmato il sistema per far partire nulla, quella mattina, e invece partì quella canzone. Washer. ]]]
Stava ancora cercando di capire che cosa lo avesse svegliato, quando dal finestrone che dava sulla strada arrivò un secco rumore metallico. Si sollevò con fatica dal letto, liberandosi controvoglia dall'enorme bozzolo che la coperta di schiuma espansa inguainata nel telo sintetico blu gli aveva formato addosso, e sentì il gelo familiare del pavimento sotto i piedi nudi. Riconfigurò il filtro, la finestra si rischiarò e scoprì un cielo color ghisa, scurissimo nonstante fossero le nove del mattino. Anche i colori esprimevano il freddo.
Alcuni operai stavano smontando l'intricata ragnatela di tubi e travi metalliche che avvolgeva il palazzo di fianco, e i pezzi che venivano lasciati cadere al suolo producevano un botto secco e sordo, che gli scompigliava le budella.
Aprì la finestra, il vento gelido lo fece tremare, le dita dei piedi ancora nudi che si contraevano per cercare di restistere a quell'attacco di scie ghiacciate. Stranamente il vento non faceva rumore, e a parte i botti sordi il silenzio era quasi assordante. Le parole che i suoi neuroni stavano vomitando fuori in quel momento stavano schizzando contro le pareti interne del suo cranio, e piccole schegge d'osso si conficcavano nelle sinapsi blu, che erano tutte accese, nonstante si fosse svegliato da poco.
Si accese una sigaretta. I suoi demoni gli sussurrarono all'orecchio le cose che gli sarebbero mancate di più, piccole cose idiote che nascondevano universi di fili luminosi, pianeti e stelle e briciole di avanzi e cera colata e cocci di portacandela improvvisati, e cuscini colorati e teli a pois e calore e freddo e paure e paranoie, sprazzi di paranoie, e attimi così luminosi da rendere chiara anche la strada all'una e quarantanove del mattino, e attimi bui, incomprensibili, inspiegabilmente fragili e inconcepibili, assurdamente belli e delirantemente affascinanti, immagini talmente veloci che l'occhio non è in grado di coglierle. Intanto, il freddo gli dava la sensazione che delle serpi gli si stessero arrotolando attorno alle caviglie, mordendogli i tendini.
Non era terrorizzato, ma semplicemente stufo, conosceva bene il timbro della voce che gli stava inondando il cervello, e non aveva più paura del muso orrendo da cui proveniva, delle sue orbite vuote, dei suoi denti marci, del fetore che emanava quando compariva. Ci conviveva ormai da anni. E' che credeva di averli cacciati, questi mostri, per un pò. La sua paura più grande, ora, era che insozzassero anche le cose che gli sarebbero mancate. Voleva continuare a credere che gli appartenessero. Voleva che continuassero ad appartenergli. Voleva nasconderle, tenerle al riparo dai fantasmi che lui stesso aveva creato, in quegli anni. Voleva chiudere almeno quei ricordi in una scatola, per poterseli tenere stretti.
Era a metà della sigaretta, con (e si sorprese lui stesso del fatto che la sensazione non gli dispiaceva, adesso) i piedi quasi congelati. Stranamente, la musica partì da sola, quando il vento riprese a essere tale e smise, per un pò, di sussurrargli al'orecchio, con voce di demone, le sue stesse, vecchie paure. Non aveva programmato il sistema per far partire nulla, quella mattina, e invece partì quella canzone. Washer. ]]]
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lunedì 14 dicembre 2009
acqua?
[[[ non si ricordava bene come la visione fosse cominciata. Non capiva neanche bene se fosse una visione, un sogno, se stesse dormendo, se si fosse appisolato mentre guardava una cartuccia o se stesse ancora effettivamente guardando la cartucca. Davanti a lui vedeva una specie di banco di meduse, bianco sporco, quasi immobili. Esseri con il corpo sferico e tanti tentacoli lanosi e ondeggianti. Erano tutti ancorati, questi strani esseri, a una specie di membrana spugnosa, come se stessero riposando, o si facessero trasportare in giro, anche se l'unico movimento che gli esseri e la membrana stavano facendo, era appunto ondeggiare lentamente.
Poi gli balenò in testa l'idea che fosse un unico grande essere, con minuscole estremità a forma di tentacolo multiplo.
Una specie di corrente più calda attraversò lo spazio tra lui e la\le medusa\e, increspando l'acqua che c'era in mezzo. Bollicine luminose rilucevano immobili dietro all'essere.
Tutto questo fino a che i contorni della scena non incominciarono a riprendere di nuovo forma. Stava fissando il tappetino del bagno, appeso sopra alla struttura in plexiglass della doccia, con le nappe biance ancora gocciolanti, il vapore che ristagnava nella stanza, la parete trasparente ricoperta di goccioline che alla luce del neon facevano da prisma e riflettevano la luce in tanti piccoli arcobaleni umidi.
Eh, si, pensò sorridendo, da qualche mese a questa parte aveva proprio la testa tra le nuvole. Continuò a sorridere, fissando i piccoli pendagli bianchi del tappetino della doccia, e si sedette sul piccolo sgabello del bagno con un magnifico, strambo, affascinante pensiero in testa. ]]]
Poi gli balenò in testa l'idea che fosse un unico grande essere, con minuscole estremità a forma di tentacolo multiplo.
Una specie di corrente più calda attraversò lo spazio tra lui e la\le medusa\e, increspando l'acqua che c'era in mezzo. Bollicine luminose rilucevano immobili dietro all'essere.
Tutto questo fino a che i contorni della scena non incominciarono a riprendere di nuovo forma. Stava fissando il tappetino del bagno, appeso sopra alla struttura in plexiglass della doccia, con le nappe biance ancora gocciolanti, il vapore che ristagnava nella stanza, la parete trasparente ricoperta di goccioline che alla luce del neon facevano da prisma e riflettevano la luce in tanti piccoli arcobaleni umidi.
Eh, si, pensò sorridendo, da qualche mese a questa parte aveva proprio la testa tra le nuvole. Continuò a sorridere, fissando i piccoli pendagli bianchi del tappetino della doccia, e si sedette sul piccolo sgabello del bagno con un magnifico, strambo, affascinante pensiero in testa. ]]]
Eh si, da qualche mese a questa parte
ho proprio la testa tra le nuvole.
E sarebbe riduttivo definire tutto ciò
semplicemente "bello".
ho proprio la testa tra le nuvole.
E sarebbe riduttivo definire tutto ciò
semplicemente "bello".
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sabato 5 dicembre 2009
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