pensieri alquanto sparsi, ma anche meno di quello che sembra.

Stamattina guardavo fuori dalla finestra del giardino, con la tazza di tè fumante in mano. Sul tavolo sotto alla tettoia c'erano i resti della serata nerd di martedì, due six pack di dab che erano rimasti fuori (data la temperatura) e di cui onestamente mi ero quasi dimenticato.
Mentre li guardavo pensavo che, visto che effettivamente oggi è una bella giornata, non sarebbe stata una buona idea lasciare le birre al sole. Così sono uscito per prenderle e metterle al sicuro al fresco buio della cantina. Come ho messo il naso fuori dalla porta del giardino, mi sono reso conto che effettivamente il sole invernale poco può contro la birra: nonostante fossero al sole da un paio d'ore buone, le lattine erano ancora gelate, e lì mi è venuto in mente "quello che ho è un sole che abbaglia, senza scaldare quello che sono".
Poi sono salito in camera, e la gatta mi è saltata in grembo. Profumava di borotalco.

E il mio ego è un cubo rosso di legno, lucido e umido, di almeno due metri emmezzo di lato.

Giorni strani. Giorni convulsi. Giorni stranamente luminosi.
Boh.
Le due angoscie entrano in risonanza. l'intensità aumenta, la testa scoppia con uno sbuffo grigio e rosso.
Peccato, ho sporcato il portatile nuovo col cervello.
Ahaha.

9:03

[[[ Si svegliò di soprassalto. A dire la verità non è che avesse dormito un granchè quella notte, fantasmi fatti di oscurità appena più densa del freddo lo avevano tormentato per tutta la notte, rosicchiandogli i tendini alla base del collo, e sul polso. I suoi cari, vecchi, odiati demoni erano tornati quella notte, per strisciargli addosso e lasciargli una scia di bava e disperazione, che puzzava di stantio come una stanza che non veniva aperta da mesi.
Stava ancora cercando di capire che cosa lo avesse svegliato, quando dal finestrone che dava sulla strada arrivò un secco rumore metallico. Si sollevò con fatica dal letto, liberandosi controvoglia dall'enorme bozzolo che la coperta di schiuma espansa inguainata nel telo sintetico blu gli aveva formato addosso, e sentì il gelo familiare del pavimento sotto i piedi nudi. Riconfigurò il filtro, la finestra si rischiarò e scoprì un cielo color ghisa, scurissimo nonstante fossero le nove del mattino. Anche i colori esprimevano il freddo.

Alcuni operai stavano smontando l'intricata ragnatela di tubi e travi metalliche che avvolgeva il palazzo di fianco, e i pezzi che venivano lasciati cadere al suolo producevano un botto secco e sordo, che gli scompigliava le budella.
Aprì la finestra, il vento gelido lo fece tremare, le dita dei piedi ancora nudi che si contraevano per cercare di restistere a quell'attacco di scie ghiacciate. Stranamente il vento non faceva rumore, e a parte i botti sordi il silenzio era quasi assordante. Le parole che i suoi neuroni stavano vomitando fuori in quel momento stavano schizzando contro le pareti interne del suo cranio, e piccole schegge d'osso si conficcavano nelle sinapsi blu, che erano tutte accese, nonstante si fosse svegliato da poco.

Si accese una sigaretta. I suoi demoni gli sussurrarono all'orecchio le cose che gli sarebbero mancate di più, piccole cose idiote che nascondevano universi di fili luminosi, pianeti e stelle e briciole di avanzi e cera colata e cocci di portacandela improvvisati, e cuscini colorati e teli a pois e calore e freddo e paure e paranoie, sprazzi di paranoie, e attimi così luminosi da rendere chiara anche la strada all'una e quarantanove del mattino, e attimi bui, incomprensibili, inspiegabilmente fragili e inconcepibili, assurdamente belli e delirantemente affascinanti, immagini talmente veloci che l'occhio non è in grado di coglierle. Intanto, il freddo gli dava la sensazione che delle serpi gli si stessero arrotolando attorno alle caviglie, mordendogli i tendini.

Non era terrorizzato, ma semplicemente stufo, conosceva bene il timbro della voce che gli stava inondando il cervello, e non aveva più paura del muso orrendo da cui proveniva, delle sue orbite vuote, dei suoi denti marci, del fetore che emanava quando compariva. Ci conviveva ormai da anni. E' che credeva di averli cacciati, questi mostri, per un pò. La sua paura più grande, ora, era che insozzassero anche le cose che gli sarebbero mancate. Voleva continuare a credere che gli appartenessero. Voleva che continuassero ad appartenergli. Voleva nasconderle, tenerle al riparo dai fantasmi che lui stesso aveva creato, in quegli anni. Voleva chiudere almeno quei ricordi in una scatola, per poterseli tenere stretti.

Era a metà della sigaretta, con (e si sorprese lui stesso del fatto che la sensazione non gli dispiaceva, adesso) i piedi quasi congelati. Stranamente, la musica partì da sola, quando il vento riprese a essere tale e smise, per un pò, di sussurrargli al'orecchio, con voce di demone, le sue stesse, vecchie paure. Non aveva programmato il sistema per far partire nulla, quella mattina, e invece partì quella canzone. Washer. ]]]


acqua?

[[[ non si ricordava bene come la visione fosse cominciata. Non capiva neanche bene se fosse una visione, un sogno, se stesse dormendo, se si fosse appisolato mentre guardava una cartuccia o se stesse ancora effettivamente guardando la cartucca. Davanti a lui vedeva una specie di banco di meduse, bianco sporco, quasi immobili. Esseri con il corpo sferico e tanti tentacoli lanosi e ondeggianti. Erano tutti ancorati, questi strani esseri, a una specie di membrana spugnosa, come se stessero riposando, o si facessero trasportare in giro, anche se l'unico movimento che gli esseri e la membrana stavano facendo, era appunto ondeggiare lentamente.
Poi gli balenò in testa l'idea che fosse un unico grande essere, con minuscole estremità a forma di tentacolo multiplo.
Una specie di corrente più calda attraversò lo spazio tra lui e la\le medusa\e, increspando l'acqua che c'era in mezzo. Bollicine luminose rilucevano immobili dietro all'essere.

Tutto questo fino a che i contorni della scena non incominciarono a riprendere di nuovo forma. Stava fissando il tappetino del bagno, appeso sopra alla struttura in plexiglass della doccia, con le nappe biance ancora gocciolanti, il vapore che ristagnava nella stanza, la parete trasparente ricoperta di goccioline che alla luce del neon facevano da prisma e riflettevano la luce in tanti piccoli arcobaleni umidi.

Eh, si, pensò sorridendo, da qualche mese a questa parte aveva proprio la testa tra le nuvole. Continuò a sorridere, fissando i piccoli pendagli bianchi del tappetino della doccia, e si sedette sul piccolo sgabello del bagno con un magnifico, strambo, affascinante pensiero in testa. ]]]


Eh si, da qualche mese a questa parte
ho proprio la testa tra le nuvole.
E sarebbe riduttivo definire tutto ciò
semplicemente "bello".

8:37

[[[ Scese le scale verso l'enorme androne sotterraneo, il ronzio delle scale mobili l'unico suono sul quale riuscisse a concentrarsi. La gente si affollava attorno ai pochi tornelli funzionanti, il bip dei rilevatori di chip ogni volta che una persona faceva roteare la sbarra che si bloccava con un suono secco e metallico. E poi ancora giù, verso la galleria in cui lo shai ulud grigio lo avrebbe portato verso la città.
Qualche anno prima, qualcuno aveva avuto l'idea di colorare le pareti della galleria, forse dopo tutti gli episodi di isteria e tutte le risse che erano scoppiate nell'ora di punta, quando la gente era talmente acclacata da non riuscire a respirare, e il fatto che fuori dai finestrini si vedesse solo un muro di cemento non aiutava certo a sconfiggere la sensazione di claustrofobia dilagante nelle carrozze strapiene. Percui, da un paio d'anni, il lato del tunnel era colorato d'azzuro, con un motivo di nuvole bianche e pannose che si ripeteva ogni 70 metri.
Seduto nel suo solito posto, appena il treno si mosse si affrettò a infilarsi le cuffie nelle orecchie, per non dover sentire il vociare della gente attorno a lui, o le chiacchiere al telefono fatte ad alta voce, che di prima mattina lo irritavano particolarmente.
E' strano come negli ultimi tempi fossero tornate di moda le cuffie gigantesche, che pur avendo un sistema wireless di trasmissione erano inconcepibilmente ingombranti e scomode, dato che anche la qualità audio dei file che il comune utilizzatore di "cuffioni" ascoltava era alquanto bassa, per non parlare poi della qualità della musica.
Guardò felice i suoi auricolari, e se li ficcò in fretta nelle orecchie. Gli Slint adesso erigevano un perfetto muro sonoro che lo isolava dal resto delle persone compresse sul vagone.
Quando iniziò a concentrarsi sulle finte nuvole che scorrevano fuori dal finestrino, tutto quello che era successo nelle settimane precedenti lo cullò e lo portò a vedersi sospeso, con il vento in faccia, con solo l'azzurro intorno, le persone attorno a lui che perdevano consistenza e colore fino a scomparire. Non aveva neanche bisogno di chiudere gli occhi.
Un sorriso, che esteriormente sembrava piuttosto ebete, da dentro gli si allargò quasi fino ai piedi. E non cercava nemmeno, come suo solito, di darsi troppe spiegazioni, anche perchè le cose gli sembravano talmente semplici da non aver bisogno di essere dette, o spiegate, o in generale messe nero su bianco. Non riusciva a trovare nessuna parola che rispecchiasse il suo stato d'animo, in quei giorni. Anzi, il fatto stesso di provare a descriverle con delle parole gli sembrava un delitto, un'offesa verso quello che in quel momento lo stava trascinando tra le nuvole.
Una voce tuonante e metallica annunciò che il vermone era arrivato al capolinea. I suoi occhi ripresero contatto con le vere forme che aveva attorno, scese dalla carrozza e si arrampicò per le rampe di scale che portavano all'esterno.
Quando emerse, il rumore delle auto e dei mezzi di superficie quasi non lo toccò.
Alzò gli occhi verso il cielo, azzurro nelle prime ore del mattino. La luce era calda e avvolgente, e le nuvole gli sembravano di zucchero filato. Era lassù che si sentiva lui, adesso. ]]]

makkurokurosuke



alla fine non me ne frega proprio un cazzo di non essere andato a vederlo in italiano.
cioè, dai, c'era seriamente bisogno di aspettare 21 anni? per quale motivo poi...

18:37

[[[...il problema era che doveva assolutamente ritrovare la concentrazione. Doveva riuscire a focalizzare la mente sui fogli che aveva davanti, e su quelle maledette videate e file pieni di numeri e simboli che capiva benissimo ma il suo cervello, brutto pezzaccio di materia grigia, si rifiutava di restare in linea con se stesso. Gli amplificava i suoni della pioggia, che da qualche giorno ormai aveva ricominciato a cadere sul tetto di lamiera che copriva il suo cubicolo.
Ricalibrò il filtro della parete-finestra, che con un sibilo divenne trasparente.
Fuori tutto era grigio, anche i palazzi di mattoni rosso-verde uguali al suo che erano dall'altra parte della strada. Gli alberi sintetici nel viale avevano di nuovo bisogno di essere lavati, resi grigi prima dal calore estivo e adesso dalla pioggia che vi depositava sopra uno strato di piombo e micropolveri.
A dire la verità, a settembre tutta la città sembrava ricoperta da una sottile patina grigia, che a prima vista gli faceva credere di avere indosso un qualche tipo di lenti colorate, sempre ovviamente che il grigio si possa definire un "colore".
Fece scorrere il pannello, e una ventata semi-gelida lo accarezzò mentre si accendeva una sigaretta.
E, ancora, il suo pensiero si precipitava su piccoli particolari, un copriletto con le arance, una scrivania con un cassetto che sembrava una faccia grottesca, piccoli esseri quadrati con i denti aguzzi, una felpa rossa da strega, fragole stampate sul tessuto bianco a righe, pelle laccata color vinaccia.
Un enorme autoarticolato fece tuonare il suo clacson tritonale, e il rumore mise in fuga l'espressione sognante dai suoi occhi, e gli fece rendere conto che stava fumando dalla sigaretta ormai finita.
Richiuse il pannello e riconfigurò il filtro, nella stanza ritornò la solita luce semisoffusa.
Accodò nel lettore di cartucce un po' di musica tranquilla, e cercò di nuovo di concentrarsi su quegli strani simboli. ]]]

pensieri sparsi, oltre che orribilmente sani.

Ci sono a volte delle cose che mi fanno come il solletico all'interno del'orecchio. Piccole sensazioni fastidiose, suoni emessi di soppiatto da bocche a pochi metri da me che fanno vibrare particolari neuroni che fanno tremare i tendini fino alle punte delle dita. Hanno radici profonde, queste sensazioni, sono annidate profondamente in me, ma le radici hanno un colore diverso rispetto ai loro frutti, sono più compatte e stratificate.
L'unica cosa che riesco a capire è che mi scatenano una rabbia stupendamente crudele e feroce, l'unico desiderio che provo è far smettere questo prurito all'orecchio facendo scorrere del sangue. Qualcuno potrebbe chiamarla invidia, altri immaturità, e sono tutte parole che ho già sentito, che ho già provato ad accostare a quello che sento.
Ma sarebbe troppo facile. Il tutto è molto più intricato.
Ancora, le dita mi si tendono per chiudere i pugni e le gambe fremono per lanciarmi a capofitto verso quella dannata gola, e stringere finchè non esce più nessun suono da quella bocca, per poi dedicarmi all'altro corpo e zittire definitivamente ogni più piccolo sussulto di quelle orribili corde vocali. Dio, quanto vorrei un po' di silenzio, magnifico, adorato silenzio.



[[[ Deliri a parte,
certe sorprese sorprendono più di altre.
Il che è una cosa molto bella. ]]]

ten minutes to donwtown is ten minutes too far.

Madonna mia, avevo gli occhi luccicanti con le lacrime che stavano per scendere. E occhei, va bene, datemi dell'emo, del cretino, dell'ignorante, che ascolta musica di merda e che vorrebbe tornare diciassettenne ma ormai non può. Non ne frega proprio un cazzo.
Volevo tentare di spiegare quello che ho provato ieri a cantare "ten minuts tu dauntaaauuun" ma mi sa che alla fine non ci riesco. E' che è molto difficile spiegare l'essere nostalgici su certe cose, sulla musica poi tutto è molto più complicato. E non è che l'abbia neanche fatto per poter dire "io c'ero", chissene, quando un concerto si apre così l'unica cosa che resta da fare è abbandonarsi ai ricordi e cantare a squarciagola. What I remember is secret.



[[[e le rivelazioni? dove le mettiamo le rivelazioni? e la paura e la voglia di ricascarci che
mi solleticano con una piuma dentro l'orecchio? e un menù a base di carne umana?
porcoildio.]]]

02:14

A volte il tempo per lui sembrava non passare. L'aveva da poco letto in un libro, anche se era riferito a un tizio che aveva delle crisi d'astinenza da parecchie sostanze tutte insieme, un libro che ultimamente aveva avuto la strana facoltà di farlo seriamente uscire dalla propria testa e guardare tutto da appena un pò più lontano. Gli era capitato giusto la notte prima, mentre cercava di addormentarsi nel suo cubicolo afoso e pieno di schermi e diffusori, il letto umido di sudore sotto allo schermo principale a scomparsa incassato nel soffitto. Nel dormiveglia aveva aperto gli occhi e gli era parso che la sua stanzetta, il tavolo affollato di attrezzi e parti smontate, la colonna di oscilloscopi e rilevatori d'impulsi, fossero in realtà parte di un modellino in scala, una specie di diorama della sua vita odierna, con i suoi vestiti sparsi ovunque, libri aperti e fogli pieni di calcoli e appunti. I suoi occhi semiaddormentati facevano da lente macro, e stava guardando la sua stanza attraverso un teleobbiettivo, da una decina di metri d'altezza con una bassissima profondità di campo. Il piccolo schermo vicino al comodino era acceso, per monitorare i flussi di dati verso i suoi server che restavano accesi tutta la notte.
Si alzò per cercare un pò di sollievo vicino al sistema al freon che manteneva sui 10 gradi la temperatura dentro gli involucri di pannelli di plexiglass e cianocrilato; accese il monitor della cucina (che non era altro che la parete a est del cubicolo), estrasse la piccola tastiera dal suo scomparto e finì sullo stesso server della notte prima. Quelle parole lo ossessionavano flebilmente da almeno una settimana, facendo piovere immagini scintillanti sulla sua fronte corrugata, ricordi acidi che fiorivano in pensieri talmente articolati e bui che lo spaventavano.
E lì vedeva l'uccello senza ali appollaiato su una delle sedie, che lo fissava, con i suoi occhi arancioni, il tempo che si rifiutava di passare, che lo osservava mentre tentava di decidere cosa fare.


Ultimamente sto ribloggando (o rebloggando? mah.) un po' troppo. E' che trovo difficile esprimermi con tante parole, sempre ultimamente. Difficile e inutile.


[[[fottuti, adorabili ricordi.]]]

Life on Mars.


[[[Wes Anderson è stato abbastanza una manna, oggi pomeriggio.]]]

faccio fatica a capire i messaggi.

MI ricordo che in corso Francia, subito dopo la rotonda di piazza Bernini, c'era una specie di strano scherzo sull'asfalto. Qualche anno fa sono stati fatti dei lavori nella suddetta piazza, con tanto di rifacimento di aiuole, marciapiedi e manto stradale; tutto il traffico ora viene incanalato in una rotonda che occupa l'intera piazza. Nel lato ovest di corso Francia rispetto alla suddetta rotonda, erano rimasti per non so quale ragione un paio di metri di binari di tram. Sto parlando proprio di un pezzo di una vecchia linea di rotaie che chissà perchè non era stata tolta durante i lavori, 2 pezzi di metallo lunghi appena qualche metro affogati nell'asfalto e dimenticati da tutti, che semplicemente ci passavano sopra senza neanche accorgersene. Ogni volta che passavo di lì notavo questo piccolo particolare, questi pezzi di metallo inutili e solitari, e venivo colpito dalla malinconia che trasudava quell'immagine, volevo portarla con me, scattargli una foto, riuscire a immortalare il tutto. Ho passato mesi a fantasticare, a pensare a come avrei catturato quell'immagine, passarci di notte con tanto di megaflash e cavalletto, di giorno con l'esposizione lunga, col fisheye, con la macchina fotografica appoggiata sul muro della siepe e un grand'angolo che rendesse bene l'idea della distanza.

Qualche giorno fa sono ripassato di lì, e le due rotaie non c'erano più; al loro posto, uno stupidissimo semi-dosso con strisce pedonali rosse e bianche.
Forse passo troppo tempo con gli occhi chiusi.

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Era un ragazzo normale, cresciuto normalmente in una delle più pallosamente normali cittadine americane, come ce ne sono a migliaia, nè troppo provincia nè troppo big city.
Forse proprio per questo ha saputo trasmettere una quotidianità, una naturalezza in quello che girava che in pochi altri sono riusciti a tirare fuori. Per quanto a volte esagerati, stupidi, volgari, sboccati o addirittura eccessivamente adolescenti, sono stati il manifesto di una generazione (o forse anche due). Chiunque faccia un certo tipo di cinema adesso gli deve qualcosa.

Don't you forget about me

John Hughes, 1950-2009

cose che...


Allora: ci sono un sacco di cose che odio. Come quando la tecnologia non risponde, il cellulare fa i capricci, lo scooter non parte o il computer non fa quello che io vorrei che il computer facesse. Odio quella sensazione di merda di non sapere una fava che mi prende prima di cominciare un esame scritto. Odio scoprire dei refusi su questo blog a distanza di mesi, che non ho voglia di corregerli ma odio vederli lì su un post vecchio di parecchie settimane. Odio quando la gente mi dà consigli banali, o mi fa affermazioni scontate che non meritano neanche di far vibrare le membrane interne al mio orecchio. Odio la gente che mi parla d'altro mentre sto guardando un film, e ancora di più chi, nonostante la mia palese indifferenza alle loro parole, continua a snocciolare concetti che non potrebbero essere più lontani da quello che voglio sentire, ovvero il film che sto guardando.
E odiavo tornare a casa dopo una serata con il cielo già chiaro e il sole quasi sorto. Ma stamattina sono tornato ancora più tardi del solito, e non solo il cielo era già chiaro, ma il sole era già sorto, e mi abbagliava dallo specchietto, dato che stavo andando verso est.
Questa volta non mi ha lasciato la solita sensazione di disagio che mi lasciava di solito; ascoltavo un disco che negli ultimi 2 mesi avrò ascoltato almeno 2 volte al giorno, e tutto mi sembrava semplicemente a posto, calmo, lucente e curvo come la carrozzeria fatta a mano di una lotus degli anni 40.
E ho come il sentore che il senso di tranquillità che provavo a tornare a casa col sole già alto, abbia come lavato via il mio odio per quella stessa cosa che mi aveva fatto a sentire a disagio un sacco di volte, in passato.

Adesso odio una cosa di meno. E questo è un passo avanti.

un appunto.


ci sono cose che, molto stupidamente, ancora mi commuovono.

post lungo.


Qualche tempo fa ho comprato un moleskine nuovo. L'avevo visto in offerta in un negozio del centro, e visto che avevo appena scritto su quello vecchio (che allora non aveva più di 30 pagine ancora bianche), ho pensato di fare un investimento e prenderlo, che tanto l'altro sarebbe arrivato alla fine molto presto. E' quasi uguale a quello vecchio, a quaretti e con la tasca al fondo, però questo ha la copertina morbida.
Sono passati 3 mesi e più, e nel mio moleschine vecchio ho riempito solo 12 pagine, di cui 2 fanno semplicemente da sarcofago a un quadrifoglio secco.

"..fluttuava, placido, in un plasma di ansia e ricordi colorati.
All'improvviso capì che doveva mettere a bollire l'acqua per la pasta, con una presa di sale e una presa di coscienza. Aveva finito gli spaghetti, usò i maccheroni.
Mentre aspettava che l'acqua iniziasse a bollire, sgranocchiò alcuni bocconi del suo croccante e carnoso dolore.
Sperava che la pasta avesse l'amaro sapore della prospettiva."




Il bello dei post estivi è che alla fine li leggono in pochi, sopratutto quelli lunghi, anche perchè fa caldo e lo schermo del computer aumenta la sensazione di calore e disagio
[[[Allora: il fatto è che tu hai delle convinzioni fin troppo rigide. Anzi, no, questo è un modo troppo brutale per dirlo, sminuisce il concetto che voglio esprimere.
Non è rigidità, azzardando un concetto molto complicato credo che si possa parlare di tempra morale (che tra l'altro credo di averlo per la prima volta sentito in un film americano che parlava di tette, sopratutto). O forse è riduttivo anche così, il punto è che vuoi fortemente che tutto quello che fai, quello che vuoi, quello che ti succede intorno abbia un senso ultimo, per riuscire a porti dal lato giusto delle cose, uno sforzo gigantesco di integrità, anche a costo di sofferenze e di colpi in faccia. Potrebbe sembrare una cosa fatta per cercare di avere ragione, per lavarsi in un certo senso via le cose dopo essere arrivati alla conclusione di aver fatto la cosa giusta; e forse era proprio quello che pensavo io all'inizio. Ma poi ho capito che non è una cosa che fai per cucirti semplicemente una cartina del mondo che abbia ben distinti il bene e il male, non è una schematizzazione pura e semplice, come ti dissi una volta ma con altre parole che adesso non ricordo. Perchè tu ci ritorni sopra, e non sei mai pienamente sicura, hai sempre il dubbio che ti morde il collo, e ogni cosa ti fa ricominciare a rimuginare, e non riesci a perdonarti per delle colpe che non sono tue, o meglio, non solo tue.
Il consiglio che ti diedi, era quello di metterci una punta di cinismo in più, e quando ho rielaborato questa cosa, anche alla luce di altri fatti e altre cose che mi si erano, per così dire, rivelate, ho provato quasi pena per me stesso. Più che altro perchè tu, continuando a lottare per la tua integrità, in fondo riponi ancora qualche genere di speranza nelle persone, nella gente, nel caso anche se è una cosa assurda da dire. Io invece, mi sono ritrovato con il mio sorriso un pò menefreghista stampato in faccia, e il solito macigno di disillusione in spalle, che sembrava una gobba e manco me ne rendevo conto.
Ma non so se non mi piaccia questa cosa. Si, insomma, è vero che non è periodo, e tutto questo genere di cose, però devo veramente continuare a compatirmi per questa cosa?
Sto cominciando a capire che forse la risposta è no. Forse sono un codardo, e preferisco essere stronzo anche con me stesso, e continuare a dirmi che ognuno di noi è comunque solo, e non è una pura e semplice banalità o filosofia da supermercato o frase da fiction. Il senso ultimo è che tutti noi finiamo, con l'età e le esperienze, a costruirci un mondo che è solo la nostra proiezione di quello che succede, masticata digerita cagata e analizzata. Siamo noi il nostro filtro.
Però alla fine questo per me funzona. O meglio, comincia funzionare. Comincio a capire seriamente un sacco di cose, semplicemente distaccandomene con ingrato menefreghismo. Questo non mi salva dal prendere anch'io pungi in faccia, ma non è comunque tutto più divertente con un pò di sangue in più?
Percui tu continuerai senza dubbio a non lasciarti stare, a cercare l'integrità, e ad avere la mia amirazione per questo sforzo che fai, e che io non sono capace (o più capace) a fare
Mentre io continuerò a ridere delle mie sfighe, e a chiamare i miei insuccessi sfortuna, rendendomi benissimo conto dell'errore che sto facendo, per poi ridere anche di quello.]]]

capisco?



oggi volevo scrivere un post lungo, ma veramente lungo. Poi ho pensato che oggi non è periodo, e allora lo faccio domani.

Shiny shiny, shiny boots of leather.



Tra una base canonica e un'operatore forma.

these weeks.



Mi sono perso I fine before you came. E i Buzz Aldrin. E anche i Massimo volume. e con ste curvature non ci capisco un cazzo.
Ma I'm a patient boy, I wait, I wait, I wait, I wait.

carta e murazzi.



Sto leggendo il succitato (tramite immagine) libro, regalatomi da un mio amico. Un altro mio amico mi ha quasi cazziato, perchè lui odia il suddetto scrittore, riferendosi a come le pagine del suo libro succitato (tramite immagine) vadano bene per pulirsi tra le natiche. "spazzarsi il culo", come dicono in romagna.
A me in realtà tale libro sta piacendo, e mi ci sto anche appassionando, peccato che non possa dedicargli tutto il tempo che vorrei, perchè sto preparando un esame per il 22 (dopo averne preparati altri 2). E dire che vorrei dedicarmici di più, mi ci perdo per una mezz'oretta ma poi scattano i sensi di colpa che mi fanno alzare dal letto e sedermi alla scrivania, per riaprire le dispense e mettermi a fare conti su conti.
Dove volevo arrivare? ah si, ecco: quando leggo un libro che ha un grande effetto sulla mia corteccia cerebrale, mi ci attacco talmente in profondità che mi sembra di entrare in un personaggio diverso da me stesso. Diventa una specie di relazione. Ed è strano che io parli di relazioni, dato che non sono molto esperto. Sono molto esperto nell'inizio e nella fine di una relazione, ma non nello svolgimento, dato che per me i due momenti sono sempre stati quasi attaccati. Talmente vicini da avere un'intersezione.
Del resto, ho letto molti libri, non tantissimi a dire la verità, ma abbastanza da essere in grado di avere un cervello che è allenato a pensare, e che riesce a visualizzare e a creare situazione senza necessariamente averle viste in televisione. Mio fratello, per esempio, non ha letto molti libri, anzi, però in compenso ha molto più successo di me con le donne... che le due cose siano collegate?

Ah poi mi sento di dover ringraziare il mio amico che odia Foster Wallace, per una delle scene più belle e illuminanti perlomeno dell'ultimo anno. You get wath you deserve.

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[[[ le gambe cominciavano a farsi un pò più deboli, la pressione che sentiva sulle ginocchia, dopo tutta quella strada fatta di corsa, cominciava a diventare deleteria per le sue articolazioni, che si lamentavano, gemevano quasi, snodi di vecchi macchinari metallici non molto ben oliati.
Ma non riusciva a smettere di correre. Intorno a lui il paesaggio era vario e folle, dai saltimbanchi sul monociclo, che facevano roteare clavette infuocate per aria, alle bancarelle delle anziane signore che vendevano cartoline ingiallite spedite quarant'anni prima. E le case erano di cartone, o di plastica, o di cemento, zuccheropralinecioccolatofildiferro cartonefangocartapestatempera vetromattoniglassafragolegelato. C'erano gli strilloni, i venditori, le tavere (ah, le taverne), i club da cui usciva musica elettronico-degenerativa che sembrava prenderti i timpani e spingerli più a fondo nella scatola cranica, c'erano degli strani banchi che servivano bicchieri ad anello con liquidi opachi in cui si scioglievano composti striati e all'apparenza velenosi. Loschi figuri (si, loschi figuri, prprio come sul Topolino pre-2000) acquattati negli angoli erano pronti ad assalirti con parole adamantine e dolciastre, per convincerti ad entrare in mondi di sostanze marroni e verdi, in realtà sogni vaghi di sballo fatti di paraffina e puzza di plastica e pelo di gatto bruciati.
Non capiva molto bene. L'impulso di continuare a correre (non forte a dire la verità, come quando sai che devi farti quaranta chilometri di corsa e allora risparmi le forze) era chiaro, ma gli stimoli che l'avevano portato alla conclusione di passare correndo in mezzo a quella città sbilenca e profumata non erano più molto chiari. Si faceva un pò trasportare da questi sentimenti coperti di polvere, sopiti e pungenti, come se il suo cervello stesse ondeggiando su un'amaca appesa a due alberi sfocati. ]]]

caldo. e numeri complessi.



Porcoildio che cazzo di caldo che fa. Anzi, il vero problema, nella stanza dove mi trovo adesso, ovvero la mia stanza, ovvero la mansarda di casa mia, è lo stronzissimo tetto di metallo blu che rimane caldo tutto il giorno anche se, come adesso, il sole non c'è. E questo si somma all'altro grande problema che in questi giorni sto affrontando, ovvero l'umidità.
E con questa ho scritto ben due banalità nello stesso post, ovvero il caldo estivo e come l'umidità influisca sul caldo percepito. Adesso mi sento pronto per andare a fare servizi al tiggì due.

Ieri sera mi sono ritrovato in uno spezzone di mondo che poteva benissimo appartenere ad un'altro mondo, stranamente composto da due mondi completamente (ma neanche poi così tanto) differenti. Il parco è enorme, e ieri era reso ancora più sconfinatamente enorme dalle poche luci che lo illuminavano. Una cisterna con una lampada dentro, 2 riflettori su 2 alberi che si accendevano e si spegnevano a intervalli regolari, le luci che illuminavano il palco e le luci che creavano l'atmosfera giusta davanti ai 3 soundsystem. I bassi erano talmente forti che davanti agli scoop non c'erano le zanzare. Questo perchè c'erano un sacco di vibrazioni. Invece, in tutto il resto del parco le zanzare abbondavano, e mi hanno mangiato per bene le gambe.

Non posso più salvare nuovi numeri sulla rubrica del mio telefono, perchè la suddetta rubrica è piena. Non posso neanche cancellarne, perchè il mio telefono non funziona più molto bene. Però adesso lei ce l'ha il mio numero di telefono, anche se non credo voglia dire granchè. Anche se ieri sera mi ha offerto un pò di autan per proteggermi dalle zanzare, ma credo che neanche questo voglia dire granchè. Anche se ieri sera mi ha sponzorizzato come role model per capelloni (viva la coda alta), ma mi sa che nemmeno questo voglia dire un granchè. E, in fondo in fondo, anche se tutte queste cose non significano un granchè, non credo che voglia dire un granchè.


Allora:
due giorni fa, dato che la mia carissima punto verde bottiglia ha un problema al servosterzo (ovvero lo sterzo stesso è diventato durissimo, ma non sempre, solo a volte), mi sono sentito quasi in colpa per averla trascurata così tanto che l'ho portata in garage e gli ho dato una bella lavata. Mi ci sono impegnato, con tanto di secchio, spugna, olio di gomito e aspirapolvere, per aspirare le enormi quantità di tabacco e residui di cartine che ricoprivano il pavimento. Evidentemente però era ancora arrabbiata con me, perchè quando poi l'ho presa per uscire ieri, lo sterzo era ancora durissimo.

Poi, mentre ero in tangenziale andando verso Torino, ho guardato nello specchietto, finalmente pulito dopo quasi un anno, e quello che ho visto, le montagne, il cielo chiazzato di nuvole con il sole basso, era tutto molto limpido.




Le reunion sono degli eventi che faccio fatica a capire. Mi diverto, s'intende, però non riesco mai a coglierne il senso ultimo. Fatta eccezione per quella dei Bellicosi, quasi un anno fa (anzi, molto "quasi", adesso che me ne rendo conto), viene da chiedersi perchè i gruppi morti non rimangono a terra. Ma a parte queste disquisizioni negative, ieri sera e' stato molto divertente; sudato, scomposto, becero, strillato, sbronzo e violento.
Onestamente, spero che resti un'evento isolato, forse perchè il senso stesso delle reunion è proprio l'evento isolato, una specie di ultimo vagito di una creatura già morta che nonostante tutto ha ancora concetti e parole da vomitare fuori. L'ultima messa in scena al grand guignol di un gruppo che per Torino ha significato tanto. Personalmente, sarei stato enormemente più contento se mi avessero deliziato anche con qualche pezzo più vecchio (e questo spiega il perchè dell'immagine), però tant'è.


[Lei era di fianco alla cassa, con una maglietta bianca.
Non che sia importante.
Boh.]

five days weekend



Cercare di mettere giù due parole su quello che mi è successo in questi cinque giorni è cosa molto difficile; forse anche perchè ieri sono tornato alle 4 e stamattina ho puntato per non so quale ragione la sveglia alle dieci, e l'ho lasciata suonare per ben 4 volte prima di riuscire a mettere insieme il pensiero di incominciare a tirare fuori almeno una gamba da sotto il lenzuolo e iniziare ad accarezzare l'idea di alzarmi dal letto.
Ma che botta di vita, diocane. Non credo esista un altro costrutto capace di esprimere meglio la sensazione. Botta di vita.
Sono di nuovo i settemila incroci folli e aggrovigliati che non vedevo da tempo, come se avessi messo su una maschera che non aveva buchi per gli occhi. Sarà anche che finalmente sono riuscito a ricordarmi l'equazione temporale di shroedinger, o che ho ritrovato l'ironia che con orgoglio portavo a bandiera (e che stavolta mi ha anche fatto vestire da donna).
Fatto sta che dopo almeno un anno emmezzo di stasi quasi totale, tutti i "concimi naturali" accumulati in questi mesi hanno cominciato a irrobustire le radici e a farmi buttare fuori qualche fogliolina verde. E vabbè, per questa pensavo a quel disegno che Luca ha fatto sul muro della sua vecchia camera, e anche in una stanza di un'associazione vicino a Bologna in cui dormimmo con un topo che correva su un tavolo e rosicchiava i suoi semi, e quella sera abbiamo suonato al lazzaretto e credevo che la mia testata si fosse fottuta di brutto, cosa accaduta realmente qualche mese dopo, ma quella sera era solo la ciabatta dell'alimentazione che non funzionava. (ecco, adesso ho perso il filo del discorso)
Per tutto questo devo ringraziare una banda di giovani e meravigliosi folli. E anche Condi.


Ma che belli i festival d'estate all'aperto. Che se non fosse stato per il nubifragio di sabato sera sarebbe venuta un sacco di gente in più, ma la situazione era stupenda già così. Poi, grazie a dio domenica è uscito il sole, e tutti erano tranquilli e beati in mezzo ai gazebo, ai dischi, con la birra fresca in mano che fa la condensa sull'esterno del bicchiere e tu te la appoggi un attimo sul collo per mandare via l'afa, ma non troppo che altrimenti si scalda subito.
Diocane, lo rifarei tutti i fine settimana, è stata la prima domenica da non so quanto tempo che non ho odiato con tutto il mio cuore. Anzi, ce n'è stata una non molte settimane fa, ma non fa testo.

[una piccola parentesi dedicata a quello che sembrava il gioco preferito di domenica sera, "offri anche tu da bere a fede". Epico lo skin che con una birra in mano mi fa: "se me la tieni un attimo, tra poco torno e te la lascio, te ne offro anche un'altra". E così fece. E prima Dajana che mi offre il vino . Eppoi luca che mi offre dell'altro vino. e Rui che mi offre il panino e il vino.]

semafori verdi. e crosticine.



Ieri pomeriggio, verso le 2, ero a bordo del mio possente mezzo di trasporto a due ruote, e stavo percorrendo la solita via sicura che dall'università mi porta a casa. La classica strada che fai talmente tante volte che dopo un pò il mezzo la imbocca da solo, ed ecco spiegato il perchè mi piaccia tanto ascoltare musica mentre vado in scooter, sopratutto se c'è bel tempo.
Anyway, dopo aver svoltato da corso Peschiera in corso Francia, mi è capitata una cosa che mi era successa forse solo un'altra volta nella vita: ho beccato un'onda verde. In due parole, ho azzeccato la velocità e il momento giusto e ho inanellato qualcosa come una decina di semafori verdi, uno dopo l'altro. Praticamente da piazza Massaua fino al cavalcavia che passa sopra la ferrovia. In città non avevo mai fatto tanta strada senza dovermi fermare ad un semaforo rosso. Mi sembrava di volare in mezzo ai palazzi, alla folle velocità di circa ottanta kilometri orari. Vabbè.


Ci sono certe ferite che fanno una fatica terribile a rimarginarsi. E non sto parlando per metafore eh, parlo di ferite vere e proprie, fisiche, come quando ti tagli tra due piegature della pelle su un'articolazione delle dita, o agli angoli della bocca, o tra le dita dei piedi. Non è che fa male, è semplicemente fastidiosissimo, diomerda.
[questo solo per ricordare a me stesso che da qui non si trasmette per nessuno. What I do is secret.]


Ah poi, cazzo quasi me ne dimenticavo: con il ritorno della bella stagione, ho ritrovato un sacco di piccole cazzate che mi fanno essere contento di vivere così vicino (praticamente dentro, bisogna vedere se per posto in cui si vive si intende la propria residenza o il posto che si frequenta più spesso e che meglio ci rappresenta, in un sacco di sensi) alla motorcity. Un pò come trovare una moneta da due euro nei pantaloni corti a quadri che non mettevo dall'estate scorsa.
Torino è piena di folli.

I'm a patient boy


Raein-ogninuovoinizio=====Finebeforeyoucame-sfortuna

Ci sono certi dischi che si portano appiccicati veri e propri pezzi di vita.
Voglio dire, ci sono dischi che segnano svolte musicali epocali, altri che sono dei veri e propri manifesti generazionali, altri che fotografano perfettamente certi periodi e sono l'incarnazione stessa di quegli anni.
Ma io parlo di altro. parlo veramente di pezzi di vita.
Quelli che riescono a inquadrare perfettamente il momento che stai attraversando; per dirla romanticamente, sono la perfetta colonna sonora (ok si, forse questa mi è uscita un po' da quindicenne, ma non riuscivo a trovare un modo migliore per dirla). Un pò come innocent when you're dream alla fine di smoke.
E non è per via delle parole dei testi, nè della musica più o meno malinconica, della cattiveria o degli urli, dei supermegassoli e delle parti psichedeliche e di quelle pestone. E' una cosa che in tanti anni vissuti da fagocitatore musicale non sono ancora riuscito a capire fino in fondo, e del resto non è che sia poi così importante. Forse è una cosa che ha a che fare con il cucirsi una specie di bozzolo addosso, e riempirlo di foto di come vorremmo che le cose andassero, o, se le cose vanno bene, di come stanno effettivamente andando. Ma, molto più probabilmente, è una di quelle cose così terribilmente complicate da spiegare, così fottutamente carica di sfumature, che o la capisci da solo, o non puoi sperare di fartela spiegare da qualcuno. Nè tantomeno puoi sperare di capirla se qualcuno te la spiega. Ed è qui che cadono tutti i discorsi (come disse giustamente anche Slartibartfast).

Percui, dopo il pippone retorico e un pò infantile, mi girerò una sigaretta, e mi svaccherò sul balcone a finire di sentire l'ultimo disco dei Dinosaur Jr. Eppoi vado a votare.


[p.s.: devo ancora capire da che cazzo di casello sono passato venerdì scorso
di ritorno da quella festa in cui avevo i capelli sciolti e una bandana in testa.
In realtà ci sono un sacco di cose che devo ancora capire per bene,
come per esempio la serata di ieri.]

ouh, blue, where are you?

Allora: i bagni della mia università sono tutti dotati (da anni, a quanto ne so, da ben prima che io entrassi lì dentro) di stranissime e lisergiche luci blu. Questo (almeno così si crede) perchè emettono luce solo su particolari frequenze che: 1)non permettono di evidenziare le vene, di modo da scoraggiare gli eroinomani del valentino a venire a bucarsi nei nostri cessi, oppure 2)rendono la crescita difficile a funghi e muffe. Tant'è.
Da più o meno un anno hanno sistemato anche un sensore e un timer per le luci, ovvero le suddette si accendono da sole quando entri in bagno, e se non sei nell'area che il sensore "vede", si spengono dopo un tot di tempo.

Ecco. Nell'ultima settimana mi è capitato più volte che le suddette si spegnessero troppo presto, ovvero mentre ero ancora impegnato a espellere urina. per la precisione 4 volte in una settimana. Poco male le volte che ciò è accaduto nei cessi del piano terra, dato che la luce delle finestre ha ovviato alla mancanza di luce artificiale. Ma la cosa è stata molto più tesa la volta che stavo cagando nel cesso del primo piano interrato, che ovviamente non ha finestre.

Ebbene, venerdì, mentre la luce si è spenta di nuovo, e stavo appunto pensando alla cosa e al post che poi avrei scritto (questo), è entrato qualcuno in bagno e la luce si è riaccesa.



Il sole e il clima di questa settimana, assieme allo scooter e al nuovo disco di questo gruppo, ha reso ogni mio ritorno a casa un momento inquietantemente terso. non riuscivo a fare a meno di battere il piede sulla pedana dello scooter.

Maledetta sfortuna.

promemoria

[crearsi? trovare? cercare? costruirsi?] sicurezze.
per questo, applicare perturbazioni.

(la prima mi è stata detta oggi,
la seconda l'ho già scritta parecchie volte qua sopra,
ed è la cosa da fare per capire meglio un sacco di cose.
to reach the point.)

felicitazioni

chebbello. tutti vestiti a festa. sorrisi, e felicità, e congratulazioni, e felicitazioni. eppoi l'arrivo in chiesa, ma che bella la sposa, guarda la bimba com'è tenera, il prete con la tunica più gioiosa, che spruzza di acqua s(t)ant(i)a tutti i presenti come a voler obbligare tutti a condividere questa gioia così immensa e illuminante. eppoi un sacco di parole, parole, parole, parole a ancora parole e parole. che belle le due rondini che sono entrate in chiesa (e io che speravo che anche loro spruzzassero liquidi su qualcuno dei vestiti stupendi che la gente aveva addosso), e i bambini che frignavano e se ne sbattevano della sacralità del momento (ah, gioia!). e un esercito ansante e ansioso di idioti armati di macchine e macchinette digitali a fare foto come se non ci fosse un domani, nessuno dei quali evidentemente si rendeva conto che nelle foto sarebbero venuti, oltre agli sposi, anche e sopratutto gli altri imbeccilli armati di fallici milioni di pixel. eppoi ancora, brindisi e controbrindisi e ribrindisi, dove i sorrisi non stentati li contavi sulle dita di una mano, beati loro. eppoi antipasti, e primi e secondi e dolci e vino (grazie), fino al tramonto e oltre, divorato da zanzare e ansia e voglia di decapitare a caso.

ed è per questo che ho dormito 4 ore in 2 giorni, viaggiato come un uomo d'affari su dei sedili che erano comodi per tutto tranne che per dormire, e un orientale (cinese? giapponese? coreano?) continuava a crollarmi addosso mentre dormiva tra firenze e colle val d'elsa?

le convenzioni sociali sono una cosa brutta.

fallen crestfallen (rise again?)

La prima cosa che riuscì a percepire chiaramente fu il frastuono. Un rumore costante e assordante che non gli riempiva soltanto le orecchie, ma che scuoteva di vibrazioni ogni recesso del suo involucro. Aveva quasi paura ad aprire gli occhi, e la sensazione di vuoto che gli rimbombava nel cranio faceva come da schermo a qualsiasi cosa cercasse di ricordare. Quando finalmente si decise ad aprire gli occhi, più che altro per rendersi conto almeno di dove fosse, si ritrovò a fissare una distesa azzurra costellate di nuvole di acquerello. La luce lo accecò, e il riflesso sulle nuvole lo abbagliò, tanto da fargli richiudere parzialmente gli occhi. La situazione non era comunque ancora chiara, il suo corpo era ancora scossa da fitte vorticose e violente.

Quando si rese conto che poteva girarsi, lo fece, e notò il suolo che gli veniva incontro, molto lentamente, con una calma placida e rilassata che contrastava con il rimbombo dell'aria nelle sue orecchie e gli schiaffi che l'aria stessa imprimeva su ogni parte del suo essere. Cominciò a notare palazzi, case, strade, che richiamarono un terrore antico nel suo cervello immacolato, che sgomitava per cercare di dare un senso a questa situazione, così deliziosamente assurda.

Eppoi successe.
Successe che, come chiunque si sarebbe aspettato, cadde al suolo.
Ma c'era qualcosa di profondamente sbagliato in quello che era successo. Voglio dire, il fatto che un uomo si ritrovi a cadere senza sapere il perchè è già di per se una situazione poco sostenibile, quantomeno bizzarra.
Ma era stata anche la velocità dell'impatto che l'aveva spiazzato. Il fatto di ritrovarsi con gli occhi chiusi e il petto schiacciato da tutto il suo peso, così presto, lo opprimeva molto di più di quanto non lo spaventasse la situazione in cui si era ritrovato poco prima, a svegliarsi tra le nuvole.

Quando riaprì gli occhi, di nuovo, si rese conto che tutto quello che aveva visto dal'alto non era altro che una gigantesca distesa di giocattoli. Sistemati ordinatamente, una specie di esposizione, con automobili a molla che avanzavano a scatti su strade di tempera, bambole di pezza appoggiate a scatole di cartone disegnate come case vittoriane, automi di plastica con occhi rossi che sputano scintille, soldati di plastica e piombo. E tutto era stranamente immerso in pochi centimetri di acqua.

L'impatto era stato fortissimo. Quando si girò verso l'alto, gli sembrò di avere un blocco di cemento sullo sterno. In bocca, sotto la lingua, sentiva sapore di metallo.
Restò così, in attesa.


Probabilmente molto presto lei scomparirà,
lasciando i frutti della nostra primavera
ed il suo sangue sarà fertile e prezioso
custodirete inoltre tutte le sue spine..
Ed il suo ricordo più recente si affaccia alla mia mente,
tutta la sua sfrontatezza, un talento naturale
e prenderò le mie distanze da quel che penserete voi.
Un'adorabile incompiuta!
Soltanto gli angeli san diventare incubi
perdon le ali ma mantengon la ragione,
piangono il sangue ma san rimanere liberi,
i loro occhi son la mia felicità!
Ed il suo ricordo più recente si affaccia alla mia mente,
tutta la sua sfrontatezza, un talento naturale
e prenderò le mie distanze da quel che penserete voi.
Un'adorabile incompiuta!
Probabilmente Sara ha solo tanta voglia di dormire!
Forse sarà solo perché Sara ora è molto stanca.
(
Bellicosi, gli anni migliori)