[[[ La piccola chiave magnetica di plastica viola fece scattare la serratura con un tonfo secco e metallico. Entrò, si tolse la giacca e la appoggiò sul divano rosso in centro alla casa. Uscì di nuovo a prendere il pacco con il nuovo scanner che aveva appoggiato sul pavimento del corridoio, lo raccolse e lo appoggiò sul tavolino di tek davanti al divano. Mentre apriva la scatola, avviò il sistema e accese il grande monitor a parete. Quando fu libero da tutti gli imballaggi, fece spazio sul tavolino e lo mise al centro. Lo accese, e automaticamente lo scanner si collegò alla rete della casa, con un basso ronzio di approvazione.
Estrasse la piccola presa nera dalla sua sede, bordata da un led blu lampeggiante. Appena la collegò alla porta dietro al suo orecchio, il menù apparve sullo schermo. Il suo cervello gli apparve come una fitta rete di tentacoli bianchi, più o meno spessi, che si legavano a tanti piccoli nodi appena più spessi dei tentacoli e pulsanti di una debole luce rossastra.
Adesso sarebbe cominciata la parte più penosa: andare a trovare uno a uno i piccoli centri dei ricordi che stava cercando, e selezionarli.
Fece partire il piccolo bollitore a microonde e estrasse il terminale dallo scomparto sotto al monitor. Gli ci volle qualche ora, per individuare tutti i piccoli nodi rossi e aggiungerli alla lista dei file da copiare. Il problema era che ognuno dei ricordi che gli interessava era enormemente ramificato, alcuni tentacoli scendevano molto più a fondo di quanto potesse credere, e ogni nodo aveva molte più connessioni di quante avesse pensato quando aveva deciso di fare questa cosa. Quello che forse lo colpì di più fu quando prese quel libro di Vonneguth, che era rimasto sul comodino per quasi una settimana, ancora dentro al sacchetto di plastica che lo aveva protetto dalla neve. Quando aprì il sacchetto, il libro sparse nell'aria un odore dolciastro, come di incenso e ganja, e un sacco di altre cose a cui non seppe dare un nome, ma che accesero altri nodi rossi sulla mappa del suo cervello che brillava sullo schermo. Gli sembrò addirittura che i tentacoli si piegassero e si intrecciassero fino a formare una specie di immagine della stanza da cui proveniva quell'odore.
Si era totalmente scordato del bollitore, che ormai aveva fatto evaporare tutta l'acqua. Staccò per un attimo il cavo da dietro l'orecchio, riempì di nuovo la caraffa del bollitore e lo riaccese. Prese dalla scatola sul pavimento il piccolo hd e lo inserì nel suo slot, una specie di fessura nella parte alta dello chassis lucido e squadrato dello scanner.
Caricò un disco dei kayo dot e uno dei ceaseuponthecapitol sul lettore, e dopo essersi ricollegato avviò la procedura di copia: adesso tutti i nodi e le ramificazioni che aveva scelto e selezionato con non poca difficoltà e il groppo in gola sarebbero state copiate sull'hd. All'inzio, quando per la prima volta gli era venuto in mente di fare tutto questo, aveva pensato che quello che provava fosse odio. Percui avrebbe voluto semplicemente cancellare tutto, senza lasciare la più piccola traccia di ognuno di quei ricordi. Ma poi aveva capito che in ogni caso non sarebbe servito a nulla.
Mise una bustina di tè in una delle tazze pulite vicino al bollitore e ci versò sopra l'acqua calda. Prese la scatola con l'erba, il tabacco e le cartine nel cassetto del tavolino. La fase di copiatura non sarebbe stata lunga come quella di selezione (il menù dello scanner diceva appoximately 50 minutes), ma non si sarebbe potuto muovere dal divano finchè lo scanner non avesse finito, percui si rilassò, accese la zarsa e tentò di non concentrarsi troppo su quello che stava facendo. Si sdraiò sul divano e si limitò a pensare alla musica e a guardare fuori dalla finestra.
Quando ebbe finito, si scollegò, spense lo scanner ed estrasse il piccolo hd dal suo slot. Lo mise nella scatola di legno e plexxiglass che era di fianco al letto, già piena di cose. Le luci dell'appartamento erano tutte spente, e l'unica luce era quella che arrivava da fuori, attraverso la parete-finestra che aveva il filtro impostato al minimo; entrava di taglio nella stanza, spalmando ombre lunghissime e riflessi luminosi su ogni cosa. Quando aprì la scatola, l'interno gli sembrò buio e profondo, pieno di forme familiari che adesso avevano la forma di riccioli di nebbia e lame.
Quando fece il gesto di prendere la giacca, vide un opilionide che si arrampicava sulla manica destra. Lo fissò per qualche istante, le zampe lunghissime e fragili che si muovevano con grazia sulla superfice plasticosa della sua giacca a vento. Lentamente, l'aracnide salì tutta la manica e arrivato sullo schienale del divano non si mosse, rimasero quasi a fissarsi a vicenda mentre l'essere con solo 4 arti si stava coprendo per uscire.
Aprì la porta, prese la scatola e uscì. Lasciò il lettore acceso, con la musica che andava.
Le porte semiscardinate dell'ascensore si aprirono con un suono sferragliante per nulla promettente, ma ci aveva fatto l'abitudine, ormai. Dopo 20 piani e un paio di porte a vetri, era in strada a camminare con la scatola di vetro e plexxiglass in mano. Voleva andare verso il boschetto a est, che circondava il tratto della sopraelevata che correva non lontano da casa sua. Lo squallore che sgorgava dai vicoli che si snodavano per il suo quartiere era disarmante, ed era come se fosse un peso che aveva sempre sentito, ma non si era mai reso conto seriamente di cosa fosse. Tutte quelle stradine, tra porte scassinate, bidoni della spazzatura, unità esterne di condizionatori e pile di vecchi schermi a tubo catodico esplosi da qualche ragazzino in vena di vandalismi, vecchie tag ormai cancellate dal tempo sui muri di mattoni rossi pieni di umidità e salnitro bianco e farinoso, insegne al neon lampeggianti che ormai avevano più lettere spente che accese. Tutto diventava come una bolla gelatinosa, pesantissima, che constringeva a camminare con la testa bassa.
La neve formava una patina sottile in quelle piccole zone in cui riusciva ad accumularsi, su alcuni muretti neri di smog e in piccole chiazze sull'asfalto. sperava che nevicasse tutta la notte, così da potersi svegliare e sentire meno il puzzo e il rumore e il grigio che gli stava attorno. Perchè, al di là di tutti i discorsi poetici sulla neve, il bianco, la sofficezza, la pulizia, stronzate che ormai aveva sentito e detto troppe volte, la cosa che adorava dell'inverno nevoso era il silenzio che i piccoli cristalli bianchi, accumulandosi, creavano. Quel sottile strato assorbiva quasi tutti i rumori di fondo, ancora di più quando fioccava per bene, e finalmente il suo cervello poteva riposarsi dal ronzio continuo, fastidioso come un trapano a percussione che perfora il cranio, della sopraelevata.
Quando arrivò al boschetto, poggiò la scatola a terra e trovò un punto sotto un albero dove non si era accumulata troppa neve. La terra spuntava lercia e marrone in mezzo allo strato soffice, già leggermente ingrigito dalle polveri sottili che ricadevano a pioggia dal serpentone di cemento poco distante. Tirò fuori una piccola pala, e quando la buca fu abbastanza grande, ci mise dentro la scatola. Ricoprì con cura e cercò di capire come si sentiva in quel momento. Avrebbe voluto sentirsi un po' più leggero, ma per adesso la massa gelatinosa sulla sua schiena pesava esattamente come prima.
Si girò e si diresse verso casa, con un pò di speranza e curioso di vedere come si sarebbero conservati i suoi ricordi. ]]]
Estrasse la piccola presa nera dalla sua sede, bordata da un led blu lampeggiante. Appena la collegò alla porta dietro al suo orecchio, il menù apparve sullo schermo. Il suo cervello gli apparve come una fitta rete di tentacoli bianchi, più o meno spessi, che si legavano a tanti piccoli nodi appena più spessi dei tentacoli e pulsanti di una debole luce rossastra.
Adesso sarebbe cominciata la parte più penosa: andare a trovare uno a uno i piccoli centri dei ricordi che stava cercando, e selezionarli.
Fece partire il piccolo bollitore a microonde e estrasse il terminale dallo scomparto sotto al monitor. Gli ci volle qualche ora, per individuare tutti i piccoli nodi rossi e aggiungerli alla lista dei file da copiare. Il problema era che ognuno dei ricordi che gli interessava era enormemente ramificato, alcuni tentacoli scendevano molto più a fondo di quanto potesse credere, e ogni nodo aveva molte più connessioni di quante avesse pensato quando aveva deciso di fare questa cosa. Quello che forse lo colpì di più fu quando prese quel libro di Vonneguth, che era rimasto sul comodino per quasi una settimana, ancora dentro al sacchetto di plastica che lo aveva protetto dalla neve. Quando aprì il sacchetto, il libro sparse nell'aria un odore dolciastro, come di incenso e ganja, e un sacco di altre cose a cui non seppe dare un nome, ma che accesero altri nodi rossi sulla mappa del suo cervello che brillava sullo schermo. Gli sembrò addirittura che i tentacoli si piegassero e si intrecciassero fino a formare una specie di immagine della stanza da cui proveniva quell'odore.
Si era totalmente scordato del bollitore, che ormai aveva fatto evaporare tutta l'acqua. Staccò per un attimo il cavo da dietro l'orecchio, riempì di nuovo la caraffa del bollitore e lo riaccese. Prese dalla scatola sul pavimento il piccolo hd e lo inserì nel suo slot, una specie di fessura nella parte alta dello chassis lucido e squadrato dello scanner.
Caricò un disco dei kayo dot e uno dei ceaseuponthecapitol sul lettore, e dopo essersi ricollegato avviò la procedura di copia: adesso tutti i nodi e le ramificazioni che aveva scelto e selezionato con non poca difficoltà e il groppo in gola sarebbero state copiate sull'hd. All'inzio, quando per la prima volta gli era venuto in mente di fare tutto questo, aveva pensato che quello che provava fosse odio. Percui avrebbe voluto semplicemente cancellare tutto, senza lasciare la più piccola traccia di ognuno di quei ricordi. Ma poi aveva capito che in ogni caso non sarebbe servito a nulla.
Mise una bustina di tè in una delle tazze pulite vicino al bollitore e ci versò sopra l'acqua calda. Prese la scatola con l'erba, il tabacco e le cartine nel cassetto del tavolino. La fase di copiatura non sarebbe stata lunga come quella di selezione (il menù dello scanner diceva appoximately 50 minutes), ma non si sarebbe potuto muovere dal divano finchè lo scanner non avesse finito, percui si rilassò, accese la zarsa e tentò di non concentrarsi troppo su quello che stava facendo. Si sdraiò sul divano e si limitò a pensare alla musica e a guardare fuori dalla finestra.
Quando ebbe finito, si scollegò, spense lo scanner ed estrasse il piccolo hd dal suo slot. Lo mise nella scatola di legno e plexxiglass che era di fianco al letto, già piena di cose. Le luci dell'appartamento erano tutte spente, e l'unica luce era quella che arrivava da fuori, attraverso la parete-finestra che aveva il filtro impostato al minimo; entrava di taglio nella stanza, spalmando ombre lunghissime e riflessi luminosi su ogni cosa. Quando aprì la scatola, l'interno gli sembrò buio e profondo, pieno di forme familiari che adesso avevano la forma di riccioli di nebbia e lame.
Quando fece il gesto di prendere la giacca, vide un opilionide che si arrampicava sulla manica destra. Lo fissò per qualche istante, le zampe lunghissime e fragili che si muovevano con grazia sulla superfice plasticosa della sua giacca a vento. Lentamente, l'aracnide salì tutta la manica e arrivato sullo schienale del divano non si mosse, rimasero quasi a fissarsi a vicenda mentre l'essere con solo 4 arti si stava coprendo per uscire.
Aprì la porta, prese la scatola e uscì. Lasciò il lettore acceso, con la musica che andava.
Le porte semiscardinate dell'ascensore si aprirono con un suono sferragliante per nulla promettente, ma ci aveva fatto l'abitudine, ormai. Dopo 20 piani e un paio di porte a vetri, era in strada a camminare con la scatola di vetro e plexxiglass in mano. Voleva andare verso il boschetto a est, che circondava il tratto della sopraelevata che correva non lontano da casa sua. Lo squallore che sgorgava dai vicoli che si snodavano per il suo quartiere era disarmante, ed era come se fosse un peso che aveva sempre sentito, ma non si era mai reso conto seriamente di cosa fosse. Tutte quelle stradine, tra porte scassinate, bidoni della spazzatura, unità esterne di condizionatori e pile di vecchi schermi a tubo catodico esplosi da qualche ragazzino in vena di vandalismi, vecchie tag ormai cancellate dal tempo sui muri di mattoni rossi pieni di umidità e salnitro bianco e farinoso, insegne al neon lampeggianti che ormai avevano più lettere spente che accese. Tutto diventava come una bolla gelatinosa, pesantissima, che constringeva a camminare con la testa bassa.
La neve formava una patina sottile in quelle piccole zone in cui riusciva ad accumularsi, su alcuni muretti neri di smog e in piccole chiazze sull'asfalto. sperava che nevicasse tutta la notte, così da potersi svegliare e sentire meno il puzzo e il rumore e il grigio che gli stava attorno. Perchè, al di là di tutti i discorsi poetici sulla neve, il bianco, la sofficezza, la pulizia, stronzate che ormai aveva sentito e detto troppe volte, la cosa che adorava dell'inverno nevoso era il silenzio che i piccoli cristalli bianchi, accumulandosi, creavano. Quel sottile strato assorbiva quasi tutti i rumori di fondo, ancora di più quando fioccava per bene, e finalmente il suo cervello poteva riposarsi dal ronzio continuo, fastidioso come un trapano a percussione che perfora il cranio, della sopraelevata.
Quando arrivò al boschetto, poggiò la scatola a terra e trovò un punto sotto un albero dove non si era accumulata troppa neve. La terra spuntava lercia e marrone in mezzo allo strato soffice, già leggermente ingrigito dalle polveri sottili che ricadevano a pioggia dal serpentone di cemento poco distante. Tirò fuori una piccola pala, e quando la buca fu abbastanza grande, ci mise dentro la scatola. Ricoprì con cura e cercò di capire come si sentiva in quel momento. Avrebbe voluto sentirsi un po' più leggero, ma per adesso la massa gelatinosa sulla sua schiena pesava esattamente come prima.
Si girò e si diresse verso casa, con un pò di speranza e curioso di vedere come si sarebbero conservati i suoi ricordi. ]]]

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