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[[[ Si svegliò di soprassalto. A dire la verità non è che avesse dormito un granchè quella notte, fantasmi fatti di oscurità appena più densa del freddo lo avevano tormentato per tutta la notte, rosicchiandogli i tendini alla base del collo, e sul polso. I suoi cari, vecchi, odiati demoni erano tornati quella notte, per strisciargli addosso e lasciargli una scia di bava e disperazione, che puzzava di stantio come una stanza che non veniva aperta da mesi.
Stava ancora cercando di capire che cosa lo avesse svegliato, quando dal finestrone che dava sulla strada arrivò un secco rumore metallico. Si sollevò con fatica dal letto, liberandosi controvoglia dall'enorme bozzolo che la coperta di schiuma espansa inguainata nel telo sintetico blu gli aveva formato addosso, e sentì il gelo familiare del pavimento sotto i piedi nudi. Riconfigurò il filtro, la finestra si rischiarò e scoprì un cielo color ghisa, scurissimo nonstante fossero le nove del mattino. Anche i colori esprimevano il freddo.

Alcuni operai stavano smontando l'intricata ragnatela di tubi e travi metalliche che avvolgeva il palazzo di fianco, e i pezzi che venivano lasciati cadere al suolo producevano un botto secco e sordo, che gli scompigliava le budella.
Aprì la finestra, il vento gelido lo fece tremare, le dita dei piedi ancora nudi che si contraevano per cercare di restistere a quell'attacco di scie ghiacciate. Stranamente il vento non faceva rumore, e a parte i botti sordi il silenzio era quasi assordante. Le parole che i suoi neuroni stavano vomitando fuori in quel momento stavano schizzando contro le pareti interne del suo cranio, e piccole schegge d'osso si conficcavano nelle sinapsi blu, che erano tutte accese, nonstante si fosse svegliato da poco.

Si accese una sigaretta. I suoi demoni gli sussurrarono all'orecchio le cose che gli sarebbero mancate di più, piccole cose idiote che nascondevano universi di fili luminosi, pianeti e stelle e briciole di avanzi e cera colata e cocci di portacandela improvvisati, e cuscini colorati e teli a pois e calore e freddo e paure e paranoie, sprazzi di paranoie, e attimi così luminosi da rendere chiara anche la strada all'una e quarantanove del mattino, e attimi bui, incomprensibili, inspiegabilmente fragili e inconcepibili, assurdamente belli e delirantemente affascinanti, immagini talmente veloci che l'occhio non è in grado di coglierle. Intanto, il freddo gli dava la sensazione che delle serpi gli si stessero arrotolando attorno alle caviglie, mordendogli i tendini.

Non era terrorizzato, ma semplicemente stufo, conosceva bene il timbro della voce che gli stava inondando il cervello, e non aveva più paura del muso orrendo da cui proveniva, delle sue orbite vuote, dei suoi denti marci, del fetore che emanava quando compariva. Ci conviveva ormai da anni. E' che credeva di averli cacciati, questi mostri, per un pò. La sua paura più grande, ora, era che insozzassero anche le cose che gli sarebbero mancate. Voleva continuare a credere che gli appartenessero. Voleva che continuassero ad appartenergli. Voleva nasconderle, tenerle al riparo dai fantasmi che lui stesso aveva creato, in quegli anni. Voleva chiudere almeno quei ricordi in una scatola, per poterseli tenere stretti.

Era a metà della sigaretta, con (e si sorprese lui stesso del fatto che la sensazione non gli dispiaceva, adesso) i piedi quasi congelati. Stranamente, la musica partì da sola, quando il vento riprese a essere tale e smise, per un pò, di sussurrargli al'orecchio, con voce di demone, le sue stesse, vecchie paure. Non aveva programmato il sistema per far partire nulla, quella mattina, e invece partì quella canzone. Washer. ]]]


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